La famiglia nel bosco

Il fatto di cronaca

bambino nel bosco Una famiglia anglo-australiana si è stabilita in una ex casa colonica nei boschi di Palmoli (Chieti), acquistata assieme al terreno boscoso intorno. La casa è senza allacci di elettricità alla rete pubblica e senza acqua corrente, ma con l’elettricità alimentata da un pannello solare e la fonte d’acqua a poche centinaia di metri. I genitori hanno scelto l’istruzione parentale per i tre figli (8 anni e due gemelli di 6).  

La loro condizione abitativa e sociale viene messa in discussione dopo il ricovero in ospedale per una intossicazione da funghi e i conseguenti controlli.

A questo punto, il Tribunale per i minorenni dell’Aquila dispone, in via cautelare con una ordinanza, il collocamento dei bambini in una comunità educativa a Vasto insieme alla madre, mentre il padre resta nella dimora nel bosco. Le motivazioni del tribunale richiamano, oltre a criticità igienico-sanitarie e abitative, la lesione del diritto alla vita di relazione (art. 2 Cost.), considerando l’isolamento prolungato un rischio concreto per lo sviluppo socio-relazionale.

La famiglia ha annunciato ricorso, lamentando inesattezze nell’ordinanza. La decisione ha acceso un dibattito pubblico, amplificato da interventi politici e media.

La bussola costituzionale pone due grandi poli di orientamento: da una parte la libertà individuale e familiare di opinione, religione e orientamento culturale, dall’altra i doveri genitoriali. La libertà educativa dei genitori è ampia ma non assoluta: incontra i doveri di mantenimento, istruzione ed educazione (art. 30), il diritto allo studio (artt. 33–34) e la tutela dei diritti inviolabili (art. 2).

L’istruzione parentale è legittima se accompagnata da adempimenti formali e verifiche periodiche; il punto non è “scuola sì/no”, ma tracciabilità del percorso e socializzazione adeguata. Mentre è chiaro cosa sia la tracciabilità del percorso educativo, non è ben chiaro cosa si intenda per “socializzazione adeguata”, che è quindi demandata all’interpretazione del giudice.

Nel caso abruzzese, il tribunale ha deciso, sulla base di questi principi, una misura osservazionale temporanea, non punitiva, ancorata a rischi attuali (isolamento, dubbi sulle verifiche educative, ritrosia ai controlli sanitari). L’appello misurerà proporzionalità e aderenza ai fatti, ricordando che la tutela del minore bilancia autonomia familiare e responsabilità collettiva.

Scelta ideologica, modelli antropologici e psichiatria

Il caso ha sollevato questioni di ordine morale, che attengono appunto alla libertà degli individui, e questioni di ordine psicologico. Quando la libertà individuale deve essere limitata? E quando una scelta ideologica è classificabile come psicopatologia? 

In ambito antropologico è difficile e sempre opinabile decidere cosa sia una ideologia rigida e cosa invece un sentimento di lealtà alla propria appartenenza. Esiste in psicologia dell’ideologia una corrente cognitivista secondo la quale la “rigidità cognitiva” (definita come scarsa flessibilità nell’aggiornare le credenze) si associa a dogmatismo ed estremismo, a prescindere dai contenuti specifici (politici, religiosi o ecologici). A mio avviso, la definizione è superficiale perché in materia ideologica è impossibile prescindere dai contenuti specifici dell’ideologia: per esempio, la comunità dei quaccheri dei Seicento praticava una rigida morale sessuale; oggi si può affermare la stessa cosa della comunità dei hassidim ebrei e di molte comunità islamiche. Non c’è dubbio che nel confronto con lo Stato liberale queste comunità se educano i figli a quella rigida morale (con sanzioni sia morali che fisiche) violano il diritto dei figli a crescere liberamente, nella piena disponibilità della propria mente e della propria vita sentimentale. Questo però vale per i nostri Stati liberali, non per quelli di natura confessionale.

A questo riguardo, sarebbe del tutto legittimo parlare di conflitto valoriale fra Stato e comunità. Il punto è ammettere che lo Stato nazionale moderno si fonda (come è legittimo che sia) sul cosiddetto “monopolio della forza”, che lo Stato liberale e soprattutto quello democratico hanno cercato di mitigare nella dialettica delle diversità. Ovviamente, anche lo Stato democratico si assume il diritto di intervenire con la forza qualora individui o comunità ledano i diritti di qualcuno (in particolar modo i diritti dei minori).

La Psicologia dialettica (mia e di Luigi Anepeta) ha portato alla luce l’esistenza di due polarità intrapsichiche la cui dialettica è osservabile non solo all’interno del singolo individuo ma anche all’interno delle comunità e fra le comunità. Le due polarità sono il bisogno di appartenenza e integrazione sociale e il bisogno di opposizione e individuazione. Questi due bisogni sono iscritti nella natura umana e muovono sia la vita individuale che quella collettiva. Essi da un lato favoriscono le relazioni di appartenenza, dall’altro la relazione con se stessi e quindi l’autonomia personale. Nella vita psicologica danno luogo a due istanze sia collettive che individuali: Il Super-io e l’Io antitetico (o il Noi antitetico) Da un lato, una parte della mente favorisce l’adattamento relazione e sociale, dall’altro l’altra parte della mente promuove la differenziazione e l’autonomia. Tutti noi dunque, sia come individui che come collettività, oscilliamo fra l’adattamento e l’individuazione. Si tratta di una dialettica non rigida, ma flessibile, tuttavia obbligata da vincoli strutturali, violati i quali si manifesta psicopatologia nei casi individuali e movimenti paranoici (talvolta suicidi) nel caso delle collettività.

A dimostrare che l’opposizione può raggiungere livelli persecutori paranoidei senza essere per ciò stesso patologica basta pensare ai casi paradigmatici di Socrate e di Gesù. Socrate non parlava mai in pubblico, ma educava le persone in privato. Le sue idee erano inflessibili, di esse diceva che gli erano dettate dal suo daimon, cioè il suo dio interiore. Accusato di ateismo e di corruzione della gioventù, venne condannato a morte. Gesù sviluppò all’interno dell’ebraismo una visione religiosa radicale, dichiarava di essere il figlio di Dio e di essere stato inviato da lui a redimere il mondo, inoltre invitava la gente alla dissidenza civile. Anche lui venne condannato a morte. Singolarmente, sia Socrate che Gesù sono alla base della nostra civiltà occidentale. Sia la filosofia greca radicale, che ha ratificato il diritto all’opposizione, che il cristianesimo, che ha promosso il diritto all’uguaglianza, hanno costituito comunità filosofiche e religiose sempre più integrate nell’assetto generale della civiltà occidentale.  

All’opposto, a dimostrazione della possibile follia di gruppo, è sufficiente pensare alle sette religiose indagate per manipolazione delle coscienze e sequestro morale degli individui. Siamo dunque di fronte a un paradosso che sta al cuore della natura umana: il rapporto fra libertà individuale e collettiva e doveri di appartenenza (in questo caso, di appartenenza allo Stato di cui si è ospiti).          

La psicologia sociale si chiede dunque legittimamente quale sia il limite fra dogmi e regole comunitarie e follia di groppo. Cito Francesco Bollorino: «Il confine psichiatrico emerge quando la credenza diventa fissa, non falsificabile, disancorata dalla realtà, con impatti funzionali: qui si applicano i criteri di Disturbo Delirante (DSM 5 TR) (deliri persistenti ≥1 mese, assenza di altri sintomi psicotici prominenti, compromissione funzionale specifica) e la definizione ICD 11 (6A24) (persistenza tipica ≥3 mesi, assenza di sintomi schizofrenici caratteristici)».

Nel caso della famiglia citata non sarebbe in causa come patologico l’ecologismo radicale (che è un diritto civile e un modello antropologico), ma l’incrollabilità persecutoria/grandiosa che conduce a evitamento sistematico di verifiche essenziali per la salute e lo sviluppo dei figli.

Sociologia, psicologia e psichiatria

Ovviamente senza un’accurata analisi sociologica e antropologica, non è possibile fare una psichiatria realmente scientifica (cosa che la psichiatria attuale perlopiù ignora). Ridurre l’ideologia a “disturbo mentale” stigmatizza e medicalizza; ridurla a “scelta culturale” ignora i contesti statuali e le dinamiche sociali di integrazione. La letteratura su radicalizzazione e estremismo individua fattori sociali (ingiustizia subita o percepita, marginalizzazione, traumi individuali e collettivi, dinamiche di gruppo) che co-determinano l’irrigidimento; la significance quest (ricerca di significato/appartenenza) è un potente motore motivazionale, poi consolidato da reti e linguaggi del gruppo.

Sul piano operativo, i network europei (RAN) invitano a approcci multidisciplinari e trauma informed: vulnerabilità psichiche e traumi sono fattori che possono indurre percorsi di radicalizzazione. La sociologia illumina strutture, culture e processi; la psichiatria e la psicologia valutano insight, funzionamento e rischio. Senza dialogo, nessuna scienza spiega il fenomeno. E la sociologia mette in guardia da una psichiatrizzazione impropria del radicalismo, leggendolo anche come risposta a realtà sociali e culturali conflittuali.

D’altra parte psichiatrizzare fenomeni sociali è sempre un rischio: che dire del radicalismo del sionismo e della fondazione di Israele a seguito dell’enorme trauma collettivo della Shoah? Non c’è dubbio che sionismo e Stato di Israele siano nati da angosce persecutorie conseguenti a fatti storici reali e non c’è dubbio che abbiano danneggiato qualcuno, nello specifico il popolo palestinese. Ma allo stesso tempo non c’è dubbio che siamo di fronte a un fenomeno socio-storico, non riducibile al campo psicopatologico.

Una griglia pratica per non confondere diritto e psicopatologia

Con queste premesse non è facile stabilire una netta linea di demarcazione fra diritto individuale e comunitario e psicopatologia.

In termini generali, si ha psicopatologia non solo quando per motivazioni esplicite (ideologiche) o implicite (inconsce) si compromette la propria sussistenza personale, ma anche quando si compromette il diritto altrui alla vita e allo sviluppo delle proprie necessità e attitudini naturali. Se non fosse così, se non tenessimo conto che c’è psicopatologia anche laddove si danneggiano altri, non potremmo formulare diagnosi di narcisismo patologico o di psicopatia.  

Il caso della limitazione del diritto dei minori a fruire delle opportunità della vita sociale allo scopo di soddisfare i bisogni naturali e maturare il proprio potenziale va a mio avviso accostato ad altre situazioni relative al rapporto fra diritto dei genitori sui figli e diritto dello Stato sui minori. Non solo i genitori hanno dei diritti nei confronti dei figli; li ha anche lo Stato.

Siamo già a conoscenza dei casi di minori cui era impedita dai genitori la trasfusione di sangue in caso di necessità medica. Tali genitori agivano per convinzioni ideologiche o religiose.

Lo Stato ha dovuto imporre misure correttive, sia pure senza sottrarre i figli alla potestà genitoriale (se non per il tempo necessario all’intervento). Oggi è illegittimo il rifiuto opposto dai genitori alle trasfusioni di sangue per il figlio minore motivato dalla non certezza della provenienza del sangue da donatori sconosciuti e da ragioni di ordine religioso. Lo stabilisce il Tribunale di Modena, Ufficio Giuridico Tutelare, con un decreto dell’8 febbraio 2022, nonostante il magistero della Chiesa Cattolica consentirebbe l’obiezione di coscienza rispetto a sostanze ricavate, come alcune che comporrebbero i vaccini usati in Italia, da cellule di feti abortiti volontariamente.

Lo stesso vale per il travisamento e occultamento del volto per motivi religiosi. In Italia, il travisamento del volto non è vietato da una legge nazionale specifica, ma la legge esistente (legge 152/1975) vieta l’uso di qualsiasi mezzo che impedisca l’identificazione in luoghi pubblici. Inoltre sono state presentate proposte di legge per vietare specificamente il velo integrale come il burqa e il niqab in luoghi pubblici, in particolare per ragioni di sicurezza e dignità della donna. I paesi come Francia e Belgio hanno già vietato l’uso del burqa nei luoghi pubblici. È evidente che nel caso che genitori si rendano responsabili di costringere le figlie all’uso di indumenti che coprano il volto, sarebbero sanzionabili per legge. 

In termini generali, lo Stato si è sempre arrogato dei diritti specifici sulle libertà individuali, quando queste vanno a ledere diritti altrui o a minare l’ordine pubblico. Qui siamo in un campo decisamente giuridico, nel quale lo Stato ragiona in termini di sicurezza propria (ordine pubblico) e di valori statuali condivisi (tutela dei deboli). D’altra parte una certa capacità di adattamento alle norme dello Stato in cui si vive è propria delle mentalità flessibili adatte a un regime liberale.

Il caso di Palmoli è dunque solo un caso specifico di una realtà molto più vasta. Fino a che punto uno Stato può tollerare l’opposizione interna (fatta anche di ideologie e stili di vita alternativi o dissidenti)? Naturale, quindi, che il caso abbia smosso nella popolazione emozioni forti e contrastanti.  

La mia opinione personale è assolutamente dialettica. In una transazione dialettica, le parti devono non reagire in modo fobico, ma rispettarsi e confrontarsi. La forza di uno Stato democratico si misura dalla sua elasticità e adattabilità, sulla sua capacità di interpretare i bisogni individuali e collettivi emergenti e integrarli nella sua compagine. Lo stesso vale per l’individuo, il quale senza dubbio, essendo per definizione il soggetto debole di fronte alla potenza dello Stato ha il diritto di opporsi e di creare nuove comunità di sentimento; ma allo stesso tempo è tenuto a sapere in quale realtà vive e accettare il confronto.

Dunque, una dialettica fra questi due termini può avviare un’amplificazione del concetto di Stato e una ridefinizione del concetto di opposizione individuale. Il caso della “famiglia nel bosco” è dunque un’occasione pregnante di maturazione culturale.