Narcisismo apatico e senso della vita

Il quadro esistenziale

Ragazzo malinconico«Qual è il senso della vita?», «Che ci sto a fare in questo mondo?», «Che senso ha vivere, se poi dobbiamo morire?», sono domande che alcuni dei nostri pazienti ci pongono sempre più spesso, domande che, per quanto sovente traggano origine da motivazioni ansiose, non di meno dispongono di una forte valenza suggestiva. E infatti ne siamo colpiti anche noi, come si ci riguardassero personalmente, non soltanto come clinici.

Di fatto, queste domande, per quanto possano avere una genesi psicopatologica, non possono essere evase da risposte neutre, di carattere puramente tecnico. Al contrario, sembrano necessitare di una attenta valutazione di natura socio-storica (la storia che stiamo vivendo nel nostro mondo sociale) e di natura filosofica (l’ethos, l’etica degli atti e dei comportamenti cui ci riferiamo ogni giorno in quanto uomini dell’epoca attuale). Insomma, vanno prese sul serio e collocate in un contesto sociale, il nostro, che sembra aver perso la capacità di produrre valori che facciano innamorare e appassionare. Insomma, questi pazienti, se il nostro ascolto non è superficiale, ci segnalano qualcosa che è sia interno che esterno, sia soggettivo che collettivo. Qualcosa che riguarda il mondo intero.    

La domanda sul disagio di esistere e sul senso della vita si presenta sia nel quadro di psicopatologie di un certo calibro, sia in quadri di personalità in apparenza indenni da disturbi. Spesso proviene dal fondo ansioso e depressivo di persone che manifestano crisi dissociative più o meno prolungate di derealizzazione e depersonalizzazione; altre volte è associata a disturbi di natura ipocondriaca: il paziente che teme con ansia e attacchi di panico l’idea della malattia grave o della morte propria e altrui, comincia a speculare in modo confuso e smarrito sulla fatalità della morte e sul senso della vita. Altre volte ancora, la domanda nasce spontanea da un quadro di depressione più o meno grave, dove va a confermare l’insignificanza della propria persona e della propria esistenza. Ma altrettanto spesso e ormai sempre più di frequente questa domanda viene formulata da persone altrimenti (in apparenza) “felici”: adolescenti e giovani adulti in fase di emancipazione; giovani donne alle prese con la maternità, insediate in un orizzonte sociale “normale”; giovani uomini in apparenza ben adattati alla realtà, inseriti e di successo, eppure allo stesso tempo insidiati da dubbi ossessivi sul senso del loro percorso sociale e angustiati da una strana, sottile inclinazione alla malinconia.

Ebbene anche in questi casi di normalità apparente, una rapida analisi della situazione ci consente di renderci conto che la domanda sul senso della vita sorge sempre in prossimità di una crisi, di un mutamento psicologico ed esistenziale di cui il soggetto è del tutto o in parte ignaro. Sono proprio questi casi a rivelarci che la crisi non riguarda un singolo aspetto disfunzionale, bensì lo stesso modello culturale di integrazione sociale e di adattamento alla vita; riguarda l’intera visione del mondo. La crisi è dunque globale, tutto viene rimesso in discussione. Secondo la mia opinione, questi pazienti – al di là di una loro possibile psicopatologia – sono i “piloti” di una mutazione antropologica che va lacerando il tessuto delle relazioni sociali del mondo contemporaneo e che nei prossimi vent’anni si espanderà ovunque, giungendo forse a diventare la logica dominante dell’intero pianeta.

Si tratta di un quadro simile a quello che descrissi già negli anni 90 del secolo scorso e che chiamai anoressia sentimentale (Ghezzani, 2012). Ma mentre l’anoressia sentimentale riguarda un singolo aspetto disfunzionale, ossia la dimensione affettiva del soggetto, quindi il suo modo di sentire la vita di coppia, la sindrome descrivo in questo articolo è di natura più radicale, perché coinvolge sia la vita di relazione, che il rapporto con se stessi e il rapporto col mondo nel suo complesso.

Allo scopo di isolarla come quadro sindromico a se stante e darle una denominazione “clinica” che la renda distinguibile e riconoscibile, propongo di definirla come sindrome del narcisismo apatico e, nei casi più estremi, sindrome del narcisismo nichilista.

Individualismo e conformismo. La normopatia

conformismo due Narcisismo apatico e narcisismo nichilista sono definizioni diagnostiche che tentano di individuare e circoscrivere all’interno di un orizzonte clinico un fenomeno socio-psicologico che va largamente oltre il quadro della psicopatologia, tanto da rivelarsi oggi come un inquietante e insidioso modello di normalità. Con la definizione di narcisismo apatico e nichilista intendo circoscrivere nell’ambito della trattabilità clinica una forma socio-psicologica sempre più diffusa di individualismo ascetico.

Cos’è questo nuovo costrutto psicologico, cos’è l’individualismo ascetico? Chiamo individualismo ascetico quell’assetto di personalità nel quale l’individuo percepisce nella relazione non già il nutrimento affettivo naturale, bensì una possibile minaccia alla propria integrità. È un narcisismo difensivo, non grandioso: mira a ridurre i bisogni, a estinguere la dipendenza reciproca, a ottenere una forma di autosufficienza emotiva che non ha nulla di eroico, ma molto di antieroico, di antierotico, di antivitale. È una mera strategia di sopravvivenza di fronte ad una minaccia. Lo chiamo ascetico perché riecheggia lo sforzo degli asceti dell’antichità religiosa di liberarsi dei bisogni sociali e delle passioni che questi veicolavano con sé isolandosi dal mondo e castigando dentro di sé ogni forma di cedimento di natura emotiva, sociale, vitale. Oggi, lo stesso ascetismo è nascosto sotto i crismi di una vita normale, ma in realtà non ha nulla di spontaneo, è il risultato di un esercizio duro e costante quanto quello di un tempo.  

Questa nuova forma socio-psicologica si va sovrapponendo, senza tuttavia sostituirlo, all’individualismo competitivo di impianto ossessivo (ossia rigido e laborioso) o isterico (insensibile e aggressivo) o maniacale (iperattivo e consumista) che domina tuttora – nonostante le gravi crisi economiche – il panorama del mondo occidentale. Siamo quindi di fronte a due individualismi sociali che stanno alla base di due distinti narcisismi psicopatologici: il narcisismo competitivo, che implica relazioni di confronto e di dominio, e il narcisismo ascetico, che mira all’estinzione del bisogno di relazione. 

Il mio quadro di riferimento socio-psicologico si avvale sia delle analisi – per quanto datate – di Erich Fromm (1991) sulla patologia della normalità, sia della riflessione di Christopher Lasch (1984) sulla società del narcisismo in cui vede sorgere la figura dell’Io minimo, sia delle pagine che Christopher Bollas (1989) dedica alla sua categoria clinica del “normotico” (che io preferisco chiamare, per coerenza etimologica, normopatico). La normopatia è il risultato di una società che controllo i pensieri e i consumi e ha sottratto all’uomo ogni potere visionario; una società che parla di “creatività” senza permettere al soggetto di operare trasformazioni a carico della realtà. A questo vasto fenomeno sociale hanno largamente contribuito le stesse discipline psichiatriche e psicoterapeutiche, le une diffondendo la fobia della malattia mentale, le altre offrendo la “normalizzazione”, quindi un’attenzione ossessiva alla fisiologia del corpo, dei sentimenti e dei ruoli sociali, come univoco orizzonte di significato. La paura dell’eccesso da un lato, la paura dell’instabilità delle emozioni dall’altro, hanno così forgiato un modello di normalità il cui asse centrale è il controllo e lo smorzamento delle intensità emotive, sentimentali, valoriali. 

Il soggetto normopatico ha come esigenza primaria il mantenimento del conformismo, quindi un’adesione immediata ai canoni del comportamento sociale dominante, necessaria a sentirsi inserito nel quadro collettivo generale, annullando il proprio Sé individuale. Si verifica così un’abdicazione – mai del tutto egosintonica – del proprio nucleo identitario, che viene sacrificato alla causa di un’omologazione securitaria, priva di rischiose attività emozionai e valoriali personali (MacDougall, 1992). Ma la normopatia cela al suo interno un singolare paradosso: se la sua analisi è spinta abbastanza in profondità, si scopre che l’adattamento mimetico alla norma sociale coincide con una profonda paura e un altrettanto intensa ripulsa dei bisogni sociali, percepiti come pericolosi, umilianti e al limite annichilenti. La norma sociale viene assunta solo come maschera di adattamento e usata come strumento di ripulsa del legame e dei bisogni. Il normopatico finge di essere ben adattato al mondo; in realtà, ha tagliato fuori dalla relazione col mondo proprio il nucleo vitale della sua personalità.     

Ogni epoca storica ha il suo specifico conformismo; e mentre fino a qualche decennio la normalità coincideva con un rispetto della regole formali e un solidarismo apparente, nell’epoca attuale la normalità è semper più orientata al narcisismo apatico. Quando il normopatico odierno, ossia il narcisista apatico, va in crisi, manifesta disturbi specifici nella sfera delle emozioni: la sensazione di non riconoscersi più (depersonalizzazione, di non riconoscere più il mondo abituale (derealizzazione), un senso di vuoto inesplicabile, una totale mancanza di motivazione, infine una profonda apatia che sconfina nella noia e nel disgusto esistenziali. Tali vissuti ricalcano con singolare precisione esperienze che nell’800 e fino alla prima metà del 900 caratterizzavano solo alcuni individui, di solito colti, intellettuali e appartenenti a una classe privilegiata. È possibile infatti rintracciarli, minutamente descritti, nella riflessione filosofica di Søren Kierkegaard sull’”angoscia” e in quella di Jean-Paul Sartre sulla “noia”. L’intellettuale solitario – descritto mirabilmente da Hannah Arendt – che aveva reciso i legami con la sua classe di appartenenza senza trovarne una di ricambio, senza nemmeno trovare affetti cui conferisse un reale valore, viveva in un “mondo di mezzo” privo di emozioni, di passioni, di significato; un mondo cerebrale sempre più pietrificato. Nel mondo contemporaneo questa stessa condizione esistenziale costituisce una vera e propria epidemia psichica, perché di fatto è la risposta pre-critica, patognomonica, di un modello antropologico sempre più diffuso.

Il narcisismo apatico

ragazza uovo paliIl narcisismo apatico che descrivo è diverso dal narcisismo grandioso o manipolativo di cui parla la letteratura corrente. La letteratura psichiatrica e psicoterapeutica di è infestata da una pregiudizio pulsionale, moralistico, che attribuisce al narcisismo solo caratteri prevaricatori. Io per narcisismo intendo semplicemente la diffidenza strutturata nei confronti dei legami affettivi e sociali, che si può esprimere tanto come prevaricazione quanto come ritiro. Il narcisismo apatico è appunto un narcisismo del ritiro, della rinuncia: freddo, isolato, implosivo. Non vuole ammirazione: vuole immunità Non dice «Io sono speciale, ammirami! Temimi!», bensì: «Non voglio nulla da nessuno, perché nulla possa ferirmi». È un narcisismo inibitorio, nato da una sensibilità ferita e da un’intensa paura della dipendenza. In questo senso, del mito di Narciso il narcisismo apatico ricalca il momento in cui Narciso, affascinato dalla sua immagine, entra in uno stato di narcosi e di abulia, che lentamente lo porta alla morte. La coincidenza del narcisismo apatico con quello del mito è notevole: il profondo disagio da mancanza di senso che i nostri pazienti ci raccontano segnala proprio il rischio dell’autoipnosi solitaria e dell’impoverimento emotivo a cui l’Io, preda della sua paura, può condannarsi.    

Le personalità che più di altre lamentano questi stati di confusione e di mancanza di significato spesso sono proprio le stesse che, in una prima fase, lamentavano di essere avvolte e protette talvolta fino alla paralisi da una rete di relazioni di cui, in un secondo momento, lamentano la perdita, la scomparsa, persino la volontaria ripulsa. La rete affettiva, che sembrava come un nido sicuro, si è rivelata una trappola mortale: un conflitto fra i genitori che ne svela la natura inaffidabile; un ambiente familiare e sociale che, al giovane adolescente, appare ipocrita e oppressivo fino al totalitarismo; un mondo sociale disonesto che impedisce al giovane di trovare la propria autonomia economica; una vita di coppia basata sulla manipolazione e la sopraffazione; un mondo globale che appare all’adulto sensibile come un luogo di ignoranza, sopraffazione e morte dell’anima, e così via. Spesso, infatti, i narcisisti apatici sono adolescenti, post-adolescenti e giovani che esitano fra la vita familiare e quella adulta, o adulti immersi in una incipiente una crisi affettiva, esistenziale e valoriale.

Ed ecco dispiegarsi la fenomenologia del disturbo. Genitori più o meno oppressivi nell’esercizio della loro funzione genitoriale vengono d’un tratto posti ai margini dell’orizzonte esistenziale da figli che restano soli e smarriti; giovani donne dapprima infatuate dall’idea dell’amore e della maternità si scoprono d’un tratto pervase di un sentimento di solitudine sconfinato; uomini socialmente attivi si allontanano dal senso abituale e scoprono abissali interstizi di assurdità e di insensatezza. Talvolta il mondo appare grigio, plumbeo, meccanico, morto; altre volte il proprio volto nello specchio appare vacuo e quasi estraneo; altre volte ancora l’immagine dei propri cari e degli esseri umani in genere appare vuota di significato, come se una lastra di vetro li tenesse separati da un significato andato perduto e li proiettasse ora in uno spazio vuoto, sullo sfondo del nulla. Quale che sia la situazione psicologica di partenza, una forma di dissociazione depersonalizzante e derealizzante domina il quadro emotivo (Ghezzani, 2022).

Occorre notare che quanti manifestano questo patologico stato d’animo sono perlopiù individui dotati su un piano intellettuale. Le loro ansie sono infatti caratterizzate da speculazioni filosofiche e spirituali, talvolta anche sociali, di notevole complessità. La ferrea rimozione della vita emotiva lascia tuttavia intuire una ricchezza altrettanto spiccata per ciò che attiene al mondo delle emozioni. La speculazione esistenziale, se talvolta è orientata a se stessi, alla contemplazione di un Io personale smarrito nell’infinito del tempo e dello spazio e confuso tra molteplici identità percepite come vacue maschere esistenziali, più spesso è in grado di cogliere l’universale sofferenza dei viventi, con un afflato simile a quello che precedeva le “rivelazioni” dei grandi mistici o filosofi del passato.

Più si va a fondo nell’analisi della personalità del narcisista apatico, più si scopre che il rapporto con le emozioni è il cuore del problema. Il narcisista apatica è spesso intelligentissimo, ma di un’intelligenza fredda: logica, analitica, empirica, speculativa. Manca purtroppo di una intelligenza emotiva adeguata al suo ricchissimo corredo emotivo. È come un ricco che ha paura del suo denaro; come un grande chef che ha ripugnanza del cibo che cucina ogni giorno  

La paura della dipendenza

ragazze fetiQueste persone difettano, dunque, di un’intelligenza emotiva adeguata alla loro ricchezza emotiva. Sono persone che solo talvolta si accorgono di una anomalia insita nella loro personalità, anomalia di cui non sono gli attori volontari e della quale restano spettatori sgomenti. Il più delle volte questa anomalia, rimanendo inconscia, va ricostruita in sede di psicoterapia. L’anomalia consiste in un ideale dell’Io – un programma emozionale e valoriale – mosso, spesso in modo inconscio, da una fantasia di autosufficienza, i cui strumenti sono l’anestesia emotiva e l’indipendenza compulsiva. Ne hanno una qualche intuizione, ne provano sgomento e tentano di ribellarvisi e di guarire. Ma non vi riescono: la presenza nel loro intimo di una sottile ma sostanziale compiacenza con l’ideale dell’Io dimostra che la loro anomalia psichica, per quanto involontaria, è avvertita come una difesa, necessaria e perciò protetta.

Di fatto nella nostra prospettiva, nella prospettiva della Psicoterapia dialettica, l’anestesia emotiva è una difesa, ossia una organizzazione del sistema psichico funzionale a inibire i recettori affettivi per evitare l’insidia della dipendenza. È un collasso protettivo del circuito emozione (bisogno) → significato (coscienza) → azione (desiderio dell’oggetto). Nella nostra prospettiva, il sistema nervoso applica un principio evocato dalla cibernetica classica: quando un feedback rischia di destabilizzare l’intero sistema, il sistema riduce la sensibilità. L’apatia è un abbassamento della ridondanza emotiva: meno input, meno rischio di catastrofe emotiva. L’indipendenza compulsiva è una risposta antagonistica a un segnale di allarme. Di fronte al terrore di cadere nella trappola mortale del bisogno sociale, il soggetto taglia fuori e inertizza le reti neurali dell’emozione affettiva e attiva per contro quelle della fuga. L’emozione affettiva c’è, ma non trova più il canale per raggiungere la coscienza.

Il comportamento affettivo e relazionale lo dimostra più di ogni sintomo. Se sono adolescenti, quando parlano delle loro famiglie non nascondono sconcerto, biasimo, persino disgusto per lo stile di vita dei familiari e talvolta del mondo intero. Se sono giovani adulti, mostrano un’intensa fobia (più o meno dissimulata) nei confronti dei legami affettivi e degli impegni familiari. Di fronte alla possibilità di rinnovare i legami affettivi (sessuali o amicali) si mostrano dapprima animati dall’esaltata speranza di una rinascita, poi delusi allorché la relazione è avviata, e turbati fino alla fobia se l’avventura minaccia di proseguire a lungo. Infine, da adulti maturi, se ripercorrono con la mente le scene significative della loro vita e gli ideali che l’hanno mossa fino a quel momento, si scoprono a disagio, spesso ambivalenti o del tutto pentiti delle scelte fatte e delle motivazioni sottostanti. 

Il punto è che la famiglia, la relazione affettiva, la dipendenza dal mondo sociale e i suoi valori, ricorda loro la dipendenza radicale: dunque l’infanzia rimossa, l’adolescenza dubbiosa e oppressa, o più recenti avventure ideali e sentimentali segnate dalla frustrazione. Essi dunque hanno organizzato la loro personalità sulla base di una paura molto specifica. Il nucleo fobico che dà l’avvio alla loro struttura di personalità è la paura della dipendenza e dell’impotenza, una qualità dell’auto-esperienza che Masud Khan definiva efficacemente come “paura di cadere in una dipendenza sprovveduta”. L’angoscia di scoprirsi dipendenti e schiavi dei legami spinge questi ansiosi a rifiutare il legame affettivo tout court: la famiglia originaria, i legami adulti, la vita sociale. Essi allora si negano, si chiudono in se stessi, tagliano via da sé ogni coinvolgimento sia affettivo che ideale (nonostante talvolta godano di una ricca rete di rapporti almeno virtuali, se non sempre reali), fino a smontare l’asse di significato della vita, che è appunto affettivo, sentimentale, relazionale.

In loro domina, dunque, la necessità fobica di un totale controllo del bisogno di contatto, appartenenza e integrazione sociale, fino al punto di aver sviluppato un mito di autosufficienza perlopiù inconscio, che si declina nel controllo delle emozioni, dei legami affettivi e della dipendenza da valori condivisi. Ma l’ipercontrollo della vita psichica spontanea dà sempre effetti patogenetici. 1) l’ipercontrollo delle emozioni dà luogo a vissuti dissociativi di derealizzazione e depersonalizzazione; 2) l’ipercontrollo della dipendenza affettiva dà luogo alla sindrome di anoressia sentimentale; 3) l’ipercontrollo dell’impotenza sociale dà luogo al narcisismo apatico da cui siamo partiti, che può scivolare fino a vissuti di profondo tedium vitae e di radicale nichilismo esistenziale.

In sostanza, quella che era nata come una difesa dall’angoscia ha attivato un potente attacco ai legami affettivi e di significato, con l’effetto di una vera e propria paralisi dell’Io. Il passo successivo è il sentirsi precipitati in un mondo senza senso, talvolta in un corpo personale che appare loro estraneo e bizzarro.

Individui ricchi di attitudini relazionali finiscono così per opearre una vera pe propria auto-amputazione. Il terrore di cadere nella dipendenza dagli affetti e dai nessi di significato che uniscono al mondo li ha relegati in una prigione mentale nella quale tutto appare

Bibliografia dell’autore

Ghezzani N., La paura di amare, FrancoAngeli, Milano 2012.

Ghezzani N., L’ombra di Narciso, FrancoAngeli, Milano 2017. 

Ghezzani N., La vita è un sogno, FrancoAngeli, Milano 2018.

Ghezzani N., La mente distopica, FrancoAngeli, Milano 2022.

Bibliografia citata

Bollas, C. (1989) L’ombra dell’oggetto, Psicoanalisi del conosciuto non pensato, Raffaello Cortina, Milano;

Fromm E. (1991), I cosiddetti sani, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1996.

Lasch C. (1984), L’Io minimo, “Saggi” Feltrinelli, Milano 1985.

MacDougall, J. (1978) Plea for a measure of abnormality, Brunner- Mazel, London (1992).