Il genitore narcisista e i suoi molteplici danni

Il genitore narcisista

madre narisChe effetto fa avere un genitore narcisista? 

Immaginiamo una famiglia. C’è un padre pieno di vigore, ma è un vigore carico di rabbia, perché pensa che la vita lo abbia tradito. Questo è il suo sentimento costante. La vita lo ha tradito perché avrebbe dovuto dargli molto di più. Sognava di entrare in politica oppure di diventare un artista famoso o un avvocato di successo, invece ha fatto l’impiegato, subalterno a dirigenti meno dotati di lui. O forse è diventato ricco, ma essendo l’ambiente sociale competitivo e sentendosi sempre a rischio di soccombere, vuole di più, sempre di più. Come esprime allora la sua rabbia? Magnifica se stesso appena può. In famiglia si fa ammirare: ha intelligenza e cultura e ostenta disprezzo per tutti. Lui è superiore a tutti. I figli lo ammirano e lo temono. La moglie lo sopporta. 

Non di meno, quest’uomo ogni tanto ha un crollo. Un debito che non riesce a pagare, un investimento sbagliato… Se incorre in un problema giudiziario, può piangere e diventare come un bambino. La figlia maggiore lo teme e lo ama. È identificata alla madre, quindi è rassegnata. Ma è una rassegnazione attiva: poiché non vuole mai vederlo né piangere né adirarsi, è docile a casa e brava negli studi. Studiare le costa un’immensa fatica, resta sveglia anche la notte; ma è sempre fra le migliori della classe. Lui la esalta quando porta bei voti e la denigra e la disprezza in modo crudele quando porta a casa un brutto voto o “perde tempo” con gli amici e con la musica, infine la terrorizza con le sue improvvise esplosioni emotive. 

Questo padre è il prototipo del “narcisista megalomane”. La sua capacità manipolatoria è semplice, quasi rudimentale, non è l’arte perversa del “narcisista parassitario”. Ma ottiene effetti devastanti. Uno psichiatra superficiale potrebbe dire che è affetto da “disturbo bipolare”: in realtà la sua psiche si muove fra un estremo di angoscia, quello di essere e di valere nulla, e un altro, quello di rivalersi sugli altri imponendo il proprio mito di potenza: quindi ha una struttura caratteriale astuta e volitiva, tipicamente narcisista. 

Anche una madre può essere narcisista e lo può in tantissimi modi. Ne descrivo uno. Una donna ha fatto quattro figli con uomini diversi, almeno uno dei quali era un antisociale caotico e disorganizzato o un narcisista aggressivo. Da quest’uomo lei viene maltrattata e offesa, talvolta picchiata, ma lascia che accada di fronte ai suoi figli che vengono sollecitati dalla situazione stessa a prendere le sue parti. Lei intimamente se lo aspetta, perché quei figli li ha “fatti” lei, li ha generati lei, quindi, nel suo arcaico sistema di valori, loro le appartengono e “devono” condividere con lei le sue disgrazie. E poiché essi sono di fatto dei bravi figli, amano la madre, ma allo stesso tempo – senza saperlo – la temono, perché nei rari momenti in cui si spazientiscono e non condividono le sue disgrazie, non la compatiscono accogliendo il carico del suo insaziabile vittimismo, non la fanno sentire sempre e comunque la madonna della casa, l’unica persona al mondo in grado di capirli, colei che s’è sacrificata per loro, che ha sopportato come una martire la crudeltà maschile, se non la supportano tutti i giorni con una sconfinata riconoscenza, lei si adombra, diventa fredda, mostra di essere ferita e amareggiata, perché i figli, anche i figli, la stanno deludendo! E poiché non solo la loro autostima, ma il sentimento stesso avere dignità di esistere dipende dall’accettazione da parte di quella madre, essi possono sprofondare in un abisso di colpa e di nullità.      

In questo caso si potrebbe incorrere nell’errore di diagnosticare questa donna come una semplice depressa o masochista. Probabilmente è entrambe le cose, ma se non si coglie in lei il nucleo narcisistico che sta alla base della sua identità non la si capisce fino in fondo. Questo nucleo narcisistico si esprime in due modi: primo, in una sfida onnipotente alla morale affettiva comune, che infatti la donna degrada avendo relazioni con uomini rozzi e violenti; secondo, in un sentimento di totale e inflessibile possesso della mente e della vita dei figli, dai quali si fa servire. Si tratta di un caso di “narcisismo parassitario”, mascherato dall’amore materno. 

Il narcisismo di un genitore ha due tipi di effetti sulla vita dei figli: nel primo caso, il più frequente, una passiva remissività associata a un’attiva servitù d’amore, che li costringe a servire i bisogni narcisistici del genitore. Nel secondo caso, una identificazione speculare col genitore narcisista, che induce a interiorizzare e replicare il virus della sua malattia mentale, cioè a diventare a loro volta dei narcisisti manipolatori. 

Queste situazioni sono curabili? E sono curabili i figli danneggiati da questi genitori? Degli effetti masochistici provocati nei figli ho parlato nel libro Volersi male; del narcisismo ho invece parlato nei libri L’ombra di Narciso e Relazioni crudeli. In entrambi i libri ho affrontato il tema della terapia.

Ebbene, la psicoterapia di queste personalità può avvenire solo isolando e analizzando con cura l’inconscia “identificazione col persecutore” e rendendo coscienti le profonde paure che vi sono intrinseche. Altrettanto importante è portare a livello di coscienza l’ambigua proiezione della figura dello sfruttatore e della vittima sullo stesso oggetto passivo delle proprio proiezioni: più spesso il figlio, talvolta il partner. 

La psicoterapia è senz’altro più agevole nel caso del masochista; più ardua nel caso del narcisista. Tuttavia è sempre possibile: perché chi avvia una psicoterapia con la sincera e genuina coscienza di ospitare un disturbo psichico e di vivere nel dolore, costringendovi anche altri, è già sulla strada dell’autocoscienza necessaria alla guarigione. 

Il genitore narcisista e i suoi molteplici danni

Morris EngelIl genitore narcisista è un genitore molto difficile. Non ha raggiunto la maturità per essere un padre o una madre adeguato. È troppo attento a se stesso e pieno di emozioni negative: la frustrazione, la rabbia, la superbia, l’invidia. Occupa troppo posto per offrire attenzione e dedizione al figlio. A volte è scostante, altre è invadente; altre volte ancora è semplicemente distruttivo. E’ chiuso nella sua frustrazione e i familiari ne sono intimoriti e dispiaciuti e vorrebbero compiacerlo; ma la sua insoddisfazione è un pozzo senza fine: da essa trae infatti il piacere onnipotente di tormentare gli altri. A volte esplode in rabbie improvvise e semina il panico. Altre volte ancora, offende, umilia, sottomette. 

Se è un padre seduce le figlie per farle sentire graziose ma stupide e tratta i figli (sia maschi che femmine) come incapaci che non saranno mai alla sua altezza. Se è una madre vittimista, ostenta il sacrificio di aver generato e accudito i figli fra mille dolori, quindi chiede loro attenzioni smisurate e una abnegazione totale. Con la figlia femmina la madre narcisista ama farsi ammirare come la più bella, la più sofisticata, la più corteggiata: un modello irraggiungibile; col maschio è castrante, non lo fa mai sentire un uomo, ma piuttosto un bambino inetto e senza carattere. Talvolta madre o padre giungono a far avvertire nei figli sensazioni erotiche per umiliarli e farli sentire anormali. 

Ma narcisista può essere anche un fratello o una sorella, che hanno sviluppato invidia verso il fratello o la sorella, più dotati di intelligenza e umanità. Il fratello narcisista può fare gli stessi danni di un genitore narcisista, ma in modo più subdolo e nascosto: non solo la sorella o il fratello vengono umiliati, ma dovranno tenerlo per sé, non dovranno mai raccontarlo a nessuno. 

Perché il narcisista agisce in questo modo? Perché deve minorare o distruggere il parente? 

Ebbene, lo fa perché non vuole cedere alla relazione umana, che lo costringerebbe ad abbandonare la sua rabbia, il suo scudo anestetico, che lo protegge da angosciosi sentimenti di impotenza e di colpa. Questi sentimenti sono segnali di verità. I narcisisti sono davvero impotenti, perché avendo passato la vita a odiare, non si sono mai dedicati umilmente alla propria crescita affettiva e intellettuale; quindi il loro unico vero strumento disponibile è la prepotenza. Ma anche i sensi di colpa dicono la verità, perché essendo stati sempre prepotenti, i narcisisti hanno ignorato e vilipeso i comuni sentimenti umani, e, se non sono totalmente insensibili, hanno avvertito sensi di colpa che hanno prontamente rimosso. 

Il figlio di un genitore narcisista di solito si mette da parte: diventa un “figlio ombra”. Ha imparato a temere e sopportare. Talvolta è diventato uno schiavo d’amore, pronto a qualsiasi sacrificio pur di placare l’ira del genitore. Altre volte si è handicappato per non dare legittimità alla propria rabbia e al bisogno di abbandonare la famiglia. Altre volte invece ha trasgredito, è diventato un bulimico, un tossicodipendente, un giocatore d’azzardo, comunque un disadattato, si è fatto del male sul piano fisico o sociale per restare al di sotto del livello morale e sociale del genitore. Capita anche che il figlio, per identificazione, possa diventare anche lui narcisista come il genitore. Incalzato dall’angoscia di poter rivivere le terribili sensazioni di impotenza del suo passato, egli sceglie di passare dalla parte del nemico, di tradire la propria infanzia e di maltrattare, tormentare e umiliare chiunque dipenda da lui. 

Per salvarsi, il figlio sofferente di un genitore narcisista, divenuto adulto, dovrebbe avere il coraggio di vedere i difetti e le patologie del genitore, prendere da lui una distanza fisica e affettiva, costruirsi pian piano un proprio mondo. 

Il più delle volte è necessario che faccia una buona psicoterapia che lo aiuti ad analizzare la propria storia e le proprie emozioni. Dovrebbe evitare, per amore di se stesso, la psichiatria di psichiatri narcisisti quanto il genitore e la falsa soluzione degli psicofarmaci. Dovrebbe inoltre avere qualche buon amico, un amore sincero, fare buone letture per capire la natura umana e la sua psicologia, coltivare la propria personalità, accettare che la vita è una sola e va tenacemente difesa. 

Madri narcisiste e processo di individuazione

Medusa testaDa un po’ di tempo si parla e si scrive molto dell’uomo narcisista, padre, marito o amante che sia. Con ragione: di uomini insicuri e pieni di sé, vittimisti e sadici allo stesso tempo, seduttivi e traditori ce ne sono legioni. Ma non bisogna trascurare la patologia caratteriale presente nelle donne. 

Prendiamo in esame la madre narcisista. In quanto madre, ha un immenso potere sui figli. Non solo li ha concepiti e partoriti, ma le vengono affidati “a scatola chiusa” negli anni più importanti della loro vita. Il suo potere di madre è accresciuto dal fatto che ormai viviamo tutti, quando va bene, in famiglie nucleari prive di un clan familiare che ammortizzi i danni portati da un genitore; e quando va male viviamo invece in pezzi di famiglie smembrate per via degli abbandoni e delle separazioni. Se una madre ha un carattere depresso, questa depressione arriva al figlio come un’onda anomala di incontrollabile potenza. Poiché la sua vita dipende da lei, farà di tutto per ammortizzare il danno divenendo il principe, il salvatore o infine lo schiavo dell’infelicità materna. Se una madre ha invece un carattere isterico e ansioso, è cioè una donna insicura, ma piena di sottili rivendicazioni che esprime con litigi, facce scure, e melodrammatiche minacce di morte per malattia o per suicidio, il figlio può essere sollecitato sia a divenirne lo schiavo che a identificarsi con le sue parti dure e irresponsabili, a ripudiarla e a fare nella sua vita affettiva peggio di lei.  

Immaginiamo ora che la madre sia una narcisista con spunti sadici. Non si tratta di un caso raro: si tratta di una donna con forti resistenze all’amore, perché lo vive come una limitazione della sua indipendenza o del suo potere. Quindi è una donna che pensa molto a se stessa, che tratta i figli con sufficienza o con indifferenza, li terrorizza con richieste prestazionali inarrivabili, li traumatizza con ire improvvise, li denigra, ne abbatte l’autostima. 

Quando questo tipo di azione demolitrice è compiuta da un padre, è più visibile. In quanto padre, cioè maschio dominante, egli si sente autorizzato a manifestare la propria autorità in modo palese, e proprio questo lo rende attaccabile, contestabile, criticabile. Di solito si tratta di un misero “re nudo”, la cui prepotenza è visibile ed esecrabile. Fa danni, ma la verità è per il figlio sempre a portata di mano. 

Ma nel caso la stessa azione demolitrice sia compiuta da una madre, il figlio ha più resistenze ad esserne consapevole. Da bambino piccolissimo non se n’è reso conto; più grande, si colpevolizza supponendo che la sua analisi critica nei confronti della madre significhi essere un figlio degenere, indegno, un figlio contronatura, un mostro disumano. Anche su un piano culturale, i tabù che proteggono l’immagine materna sono spesso insuperabili. Talvolta sviluppare sintomi è l’unico modo di cui un figlio dispone per far defluire la protesta senza incorrere nella ritorsione o nei terribili sensi di colpa. In questo senso i sintomi psicopatologici, anche gravi, sono argini contro l’irruzione del terrore e della colpa. 

A questo proposito, ci vengono in soccorso la vicenda umana e i concetti di Carl Gustav Jung innanzitutto e poi di Margaret Mahler, i primi ad aver coniato l’idea di un “processo di individuazione”. Jung ebbe una madre depressa e intrusiva, con una forte scissione della personalità (come lui stesso scrisse nel libro autobiografico “Ricordi, sogni, riflessioni”); poi fu soggiogato dal carisma autorevole e autoritario di Freud. Dal doppio sforzo di emanciparsi dall’ipse dixit freudiano e dall’ombra materna nacque il concetto rivoluzionario di “processo di individuazione”. Sulla base della fondamentale intuizione di Jung, Margaret Mahler (senza tuttavia citarlo) elaborò la sua teoria della separazione-individuazione nelle età infantili. 

In sintesi, mettere la giusta distanza da genitori narcisisti nel corso dello sviluppo e dall’autorità sociale carismatica da adulti è una delle chiavi della salute mentale. 

Come dimostra la storia della psicoterapia, la coscienza critica delle relazioni passate e presenti è uno dei fattori ineludibili per accedere alla salute. Una coscienza critica alla quale tuttavia – se vogliamo davvero essere sani – dobbiamo affiancare una matura capacità di storicizzare gli eventi, quindi di capire che il “peggiore dei mali” è uno strumento che il destino ci ha messo nelle mani per sviluppare una coscienza più alta (sebbene talvolta tragica) della vicenda umana. 

Inversione parentale e dipendenza affettiva

dipendenzaPer capire appieno cosa sia una dipendenza affettiva occorre tener conto delle caratteristiche psicologiche strutturali del dipendente, che esistono a prescindere dal partner del momento e che si attiverebbero con qualunque altro partner.

La caratteristica più comune è l’asservimento affettivo e morale, dovuto ad una educazione che insegna il sacrificio personale a solo beneficio dell’adulto. La cultura del sacrificio è particolarmente insidiosa quando a gestirla è un genitore narcisista, che può richiedere al figlio sacrifici sovrumani pur di vedere appagato il proprio smisurato bisogno di conferme e la propria frustrazione. 

Sulla base di questa caratteristica, si verificano diversi casi di asservimento. 

Il caso più semplice è quello del bambino che viene asservito a esplicite esigenze egocentriche del genitore; ne è spaventato e umiliato, e tuttavia le interiorizza. 

Il caso più complesso, invece, è costituito da quella dinamica che chiamiamo “inversione parentale”, nella quale il genitore può esprimere un bisogno tirannico senza averne alcuna consapevolezza. 

In questo caso, prima da bambino, poi da ragazzo e adulto, il dipendente ha assistito il malessere di un genitore depresso, instabile, ansioso o, talvolta, narcisista. Il malessere del genitore era tale che il bambino (o la bambina), pur di non crollare sotto di esso, cioè di non soccombere alla colpa di non amare, si è immolato alla sua salvezza. Allora, per salvaguardare il rapporto, ha sviluppato una strategia: essere buono, sottomesso, sacrificale, sentirsi inferiore al genitore malato, nonché indegno di vero amore, gli ha consentito di non ribellarsi, quindi di evitare dolori peggiori. Con questa strategia di abnegazione il bambino dipendente ha rabbonito l’immagine terribile del genitore malato. 

Col tempo, da questa antica impostazione caratteriale nasce la sua tendenza a dipendere, cioè a servire i bisogni altrui senza alcun amore e rispetto per i propri. Il dipendente, ormai adulto, sopporta la sofferenza dei partner come da bambino sopportava quella del genitore. Egli sarà la “buona mamma” che non ha avuto e che è stato costretto ad essere quando era piccolo e non aveva modo di difendersi da questa assunzione di ruolo. Mentre agisce da schiavo, egli è vittima della fantasia di essere diventato lui (o lei) quella buona madre che avrebbe tanto desiderato quando era piccolo e ne aveva un disperato bisogno.  

Nicola Ghezzani

Psicologo clinico, psicoterapeuta

formatore alla psicoterapia

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