Ekaterina Panikanova

Uno sguardo sull’Anima

Una piccola bambina bionda dai pallidi e bellissimi lineamenti corre tra gli immensi corridoi del palazzo dell’Ermitage, il museo della città di San Pietroburgo, in Russia. Nella sua corsa senza respiro vede i capolavori dell’arte, si innamora del Rinascimento, corre fra le immagini di Leonardo, Filippino Lippi, Tiziano, Velazquez, Rembrandt. E vede la splendida Annunciazione di Cima da Conegliano, del 1495, che la stupisce.

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Non sa come, ma sente che parla proprio a lei. Le immagini alle pareti del museo , che fiancheggia nella sua corsa e contempla in lunghe soste affascinate, filtrano attraverso tutti i sensi. Vengono assorbite in blocchi poetici, tutte in una volta, con la sensibilità empatica dei bambini.

La madre fa presto ad accorgersi del “talento” della bambina: la sua piccola disegna benissimo e sembra saper parlare con i quadri dei grandi artisti del passato. Allora a sei anni la iscrive ad una scuola d’arte e segna il suo destino.

È l’infanzia di Katerina. Ekaterina Panikanova.

Da allora Katerina non ha mai smesso di crescere, come donna e come artista. Fino a definire uno stile, temi ricorrenti, una poetica. La donna, il femminile, la fantasia, la memoria, la profondità della psiche – di quel lato della psiche che Jung chiamava Anima – costituiscono gli oggetti della sua poetica.

L’Annunciazione, che condensa il tema della femminilità con quello della vocazione, della predestinazione, è quasi ossessivo. Nelle tante annunciazioni di Katerina la donna ha paura ed è tentata di rifiutarsi. Il verbo, il simbolo, le si annuncia, le chiede di poter entrare dentro di lei, e lei, la donna, ha timore, tremore, esita, forse non vorrebbe.

Lei è scalza, come una bambina. Il libro le cade dalle mani, che ora pone di fronte al viso per proteggersi (lontano si vede una casetta per giochi infantili); fra lei e lui c’è uno spazio di inquietudine al centro del quale campeggia – separandoli – una erezione, una ciminiera che rimanda al duro lavoro delle fabbriche; lui è un uomo fatto di carta (farfalle che si uniscono in una forma), e ha ai suoi piedi una gabbia per uccelli!

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Nell’iconografia tradizionale è Sandro Botticelli quello che meglio ha definito il tema di una annunciazione e di una maternità alla quale la donna vorrebbe rifiutarsi: la paura, il vero e proprio panico che prende la madonna al momento dell’Annunciazione è di quelli memorabili. Botticelli crea una delle più belle immagini dell’arte di tutti i secoli. Chi ha occhi per guardare e mente per capire la osservi con attenzione.

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Nel dipinto di Botticelli l’angelo si umilia, si abbassa, è in ginocchio di fronte alla donna, non tanto per significarle il suo rispetto, quanto per intima e partecipe comprensione della sua paura. Guardate il quadro da vicino e vi si apriranno di fronte agli occhi due o tre simboli inequivocabili:

  • la veste rosa della madonna le si apre sul ventre in forma di vulva
  • l’angelo ha fra le mani un giglio, simbolo della verginità
  • l’angelo sostiene il ramo del giglio fra le due dita di una mano che si aprono a lui, al ramo, nel segno della penetrazione sessuale
  • sullo sfondo, mentre un alberello sottile le separa, un ponte attraversa un fiume e unisce due realtà: il maschile e il femminile, il terreno e il trascendente, l’umano e il divino
  • Quindi, mentre vorrebbe stare sola con se stessa protetta dalla lettura del libro, la donna è chiamata ad essere ponte fra due realtà.

Questo è anche il tema centrale di Katerina Panikanova, che si ripete nelle sue moderne annunciazioni: donne che esitano o vorrebbero fuggire di fronte a “corpi estranei” che le avvicinano o le possiedono come farfalle di carta o di buio, o come sogni nella notte.

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Lo sgomento di fronte alla “chiamata”. E la chiamata ha due versanti, non meno terribili. La prima chiamata: la bambina è chiamata ad essere donna, contro la sua volontà, contro la resistenza che la sua natura fantasiosa e libera oppone alle ristrettezze dei codici sociali, alla violenza pragmatica del reale. La seconda chiamata: la bambina è chiamata ad essere artista: la fantasia la rapisce in viaggi stuporosi, l’estasi del gioco e dell’immaginazione la portano via, le immagini dell’arte sono ovunque, lei come una spiritista le capisce, “loro” lo sanno e la chiamano.

La bambina è sotto assedio. Sa che dovrà cedere, che dovrà cedere all’una e all’altra cosa. Ma intanto resiste e si ribella.

Guardiamo come Katerina affronta nella sua opera il tema delle scarpe: nei quadri non ci sono quasi mai o sono state abbandonate proprio lì accanto. Le donne, sembra dire, non sopportano le scarpe. Le amano e le odiano, e se potessero le getterebbero via. Le scarpe sono dunque il simbolo della costrizione e della violenza sociale sull’anima femminile, la quale è costretta a stare nei ristretti canoni maschili. Le gettano via, finalmente, la bambina che corre e saggia il suolo a piedi nudi, e la sonnambula che si alza nel cuore della notte immersa nel sonno, in preda agli impulsi dell’inconscio, e la donna “naturale”, selvatica e libera, ma anche la coraggiosa e metafisica ginnasta, la danzatrice raffinata, la ribelle.

Felice è la donna che può disfarsi delle sue scarpe! Che può poggiare i piedi sulla nuda terra.

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Katerina Panikanova è dunque la pittrice dell’Anima. L’Anima femminile.

Ma che significa che una donna ha dentro di sé un’Anima femminile e non un Animus maschile?

Ricordiamo che secondo Carl Gustav Jung ciascuno di noi ha dentro di sé la controparte del sesso opposto, la quale media i nostri rapporti sentimentali e sessuali: l’uomo incontra la donna attraverso la sua Anima e la donna incontra l’uomo attraverso il suo Animus. E dunque, che significa che una donna ha dentro di sé un Anima piuttosto che un Animus? Significa che questa donna non vuole essere resa complementare all’Uomo, ma alla Donna. Vuol dire che assumerà una coscienza maschile e un inconscio femminile e quindi che dedicherà il suo lavoro alla Donna.

Katerina si interroga sul mistero e sulla misteriosa e tragica ricchezza di essere donna. Colei che dovrà riprodurre la vita. Ma con una inversione psichica che è toccata prima di lei a tutte le grandi intellettuali (da Diotima a Ipazia di Alessandria, da Artemisia Gentileschi a Sofonisba Anguissola, da Jane Austen a Emily Dickinson e Edith Wharton, da Giorgia O’Keefe a Simone de Beauvoir e cento altre), anche lei assume una mente maschile e decide di non riprodurre la vita, l’organismo biologico (decide di non aver un figlio – o comunque la vita la porta a questo), ma di usare la sua anima per riprodurre le forme della cultura: idee, opere, visioni.

E lo fa donna per tutte le donne e perché gli uomini capiscano. Capiscano cos’è davvero una donna.

La donna è colei che media la genesi, sia dei corpi che delle anime.

Da qui il comico e drammatico tema della resistenza al matrimonio, esemplato nei quadri che seguono.

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La “resistenza” alla crescita puberale e quindi al matrimonio è evidente nel quadro della bambina che non riesce a rientrare nella sua piccola casa-giocattolo (vulva infantile e psiche degli affetti primari), dalla quale è irreversibilmente uscita, sia in quello della “ballerina” (fatto, come mi ha raccontato di persona, poco prima del matrimonio). Una rabbia che si oppone alla ristrettezza dei codici ordinari, del “destino” femminile di legarsi e sottomettersi a un uomo e di quello infantile di rinunciare, alla fantasia, all’estasi.

O anche in quello nel quale una bambina osserva con nostalgia l’edificio immaginario, infantile, di una casa di carte da gioco, in precario equilibrio.

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Ed ecco infine il tema più misterioso – e più grandioso: la trascendenza.

Trascendenza: la donna si libera dall’immagine che l’uomo vuole avere di lei e della stessa materia che la imprigiona, e vola in lato, tanto in alto da trovare se stessa, la sua Psyche. Ora lo sguardo è rivolto dentro di sé, all’interno della propria anima, dove trova la trascendenza.

La poesia del silenzio e della trascendenza.

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Ekaterina Panikanova

Qualche breve nota biografica aiuterà il lettore a orientarsi.

Ekaterina Panikanova è nata a San Pietroburgo (RUS) nel 1975 e vive e lavora tra Roma e San Pietroburgo.

All’età di soli cinque anni partecipa alla prima mostra nel Museo Ermitage di San Pietroburgo. Ha compiuto gli studi presso la Scuola dell’Arte del Museo dell’Ermitage e effettuato un corso di pittura antica al Museo dell’Ermitage.

Nel 2001 ha Conseguito la Laurea in Pittura Monumentale presso lo studio del professor Andrey Milnikov. Nel 2003 è accolta nel Circolo degli Artisti di San Pietroburgo.

https://en.wikipedia.org/wiki/Ekaterina_Panikanova