Qualche nota su sensibilità e disagio psichico

Il bambino sensibile

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Che alcuni bambini siano più sensibili di altri è cosa nota; che la sensibilità non sia un difetto, bensì una qualità che fa da base a molteplici attitudini affettive e intellettive è forse meno noto e, in qualche modo, sfugge al senso comune.

Di solito si considera la sensibilità una caratteristica a rischio, per certi aspetti persino deteriore, perché si ritiene sia la principale causa di un carattere troppo esposto all’emotività, quindi fragile e debole. Allora, si parla più volentieri di iper-sensibilità, come a volerla esorcizzare, confinandola in un ambito raro, da approcciare con cautela. 

La percezione del bambino sensibile si tinge allora di un alone di abnormità e di malattia. Non abbiamo più di fronte un essere umano nel pieno delle sue funzioni, ma un individuo deficitario. I bambini ipersensibili vengono allora percepiti come statuine di cristallo da trattare con cura, come burattini fragili a rischio di rottura. Sono divenuti d’un tratto chimere, fantasmi, creature del sogno che non devono essere risvegliate troppo bruscamente. In questa accezione, propria non solo del senso comune, ma purtroppo anche di molta psicologia, la sensibilità sembra essere una anormalità da sopportare e tutelare, non una qualità differenziale. Il termine ipersensibilità è allora pronunciato con una smorfia, perché si sottintende che sconfini con fragilità, morbosità e quindi anche con ansia, dipendenza, nevrosi, depressione. 

Alcuni studi, soprattutto americani, vanno a parare in questa direzione. I bambini più emotivi e reattivi, sono anche quelli candidati a sviluppare ansia, nevrosi, depressione. Jerome Kagan (2010) parla di “alta reattività”, sempre correlata al cosiddetto “nevroticismo”. Sembrano studi accurati – e nel loro genere lo sono – ma non si pongono la domanda cruciale: questi bambini, quando vengono posti in situazioni ottimali (non deleterie e non stressanti) che tipo di personalità sviluppano?   

La realtà è più semplice e più complessa allo stesso tempo: messo a contatto con realtà negligenti, anaffettive e abbandoniche o esplicitamente violente e persecutorie, il bambino sensibile ne viene traumatizzato. Di questo argomento ho parlato in modo esteso nel libro Il dramma delle persone sensibili (2021). Non è necessario che il trauma sia esplicito e grave; è sufficiente che il bambino colga disarmonie emotive, prevaricazioni interpersonali, crudeltà fatte passare come “normali” (nei suoi confronti, ma anche nei confronti degli altri bambini, degli anziani, dei malati, degli animali…) che egli ne ricavi un trauma. Si tratta di qualcosa di ancora più sottile di quanto descritto da Masud Khan come “trauma cumulativo”; è piuttosto ciò che Ronald D. Laing chiamava “trauma epistemologico”, un trauma ricavato dallo svelamento della realtà. Quando il bambino è sufficientemente consapevole da trasformare esperienze isolate in una conoscenza globale, è questa stessa immediata consapevolezza che diventa traumatica. Stupefatto dagli eventi, ferito dalla sua stessa consapevolezza, in fondo alla sua anima egli si chiede: «Ma in che mondo sono capitato?» E il trauma ricevuto, in assenza di alcun potere sulla vita, lo costringe a soluzioni estreme: la scissione e la rimozione, ossia l’evitamento sistematico della consapevolezza, che resta infatti sfuggente.  

Allora il bambino sensibile diventa esperto in disperate strategie di occultamento: mimetismo, finzione, timidezza, ritrosia, passività, oppure – e questi sono i casi meno fortunati – ipercinesia, aggressività, ostilità, intrattabilità. Si difende da una consapevolezza drammatica, quindi distruttiva, bloccandola nell’inconscio. Il risultato è un sintomo. 

E allora, i “grandi” fanno le loro diagnosi psichiatriche. Del bambino sensibile si dice che è introverso, asociale, ipercinetico, affetto da ADHD, persino ritardato e con tratti autistici, quindi che è da sottoporre a test, cure farmacologiche, rieducazione cognitiva, e da inserire in programmi scolastici differenziali. Non si nota mai che è un bambino “dotato”, a un punto tale che le sue doti lo stanno escludendo dal mondo adulto. 

Da “troppo sensibile” è diventato un “caso sociale”, da trattare con gli strumenti più benevoli della medicina, della neuropsichiatria, del supporto assistenziale. Il giudizio pseudo-caritatevole che il mondo adulto dà su di lui è una miscela di ignoranza e di diffidenza da parte del senso comune nei confronti del “diverso”. Come tale è anche una condanna espressa da quella mentalità discriminatoria, da quel razzismo biologico che è la psichiatria ultra-biologista dei DSM, un razzismo che non colpisce il colore della pelle ma le varietà psichiche.

Il bambino sensibile è “diverso” perché troppo vigile rispetto alla morale del mondo adulto e perché da lui potrebbe nascere l’adulto ricco di risorse critiche che tutti i regimi aborriscono.

L’adulto sensibile è un individuo che può a sua volta vivere nel mimetismo, negando la sua empatia e rimuovendo la sua indignazione morale. Per questa via egli può diventare un nevrotico, un individuo scisso e in conflitto con se stesso, un individuo che vorrebbe criticare creativamente il mondo ricevuto, ma che invece sviluppa sintomi che lo tormentano, lo penalizzano e lo costringono a permanere nella situazione quo ante, senza potervi apportare la propria vis polemica e creativa. Solo in alcuni casi fortunati l’adulto sensibile sviluppa una sana empatia e un sano adattamento, caratterizzato sempre da uno slancio critico e innovativo. 

La sensibilità è la base sulla quale si edifica quel dono assoluto della specie umana che è l’empatia, che determina l’identificazione, il legame sociale, la scelta etica, l’analisi della realtà e l’intelligenza critica, quindi la forza del carattere, infine l’amore e la compassione universale. È dall’empatia che nasce ogni profonda innovazione culturale, anche laddove sembri in gioco la sola intelligenza, come nel caso dei grandi scienziati: senza una motivazione, anche la loro intelligenza resterebbe muta come un pianoforte senza un pianista.   

Se messi a contatto con ambienti positivi, in grado di cogliere e valorizzare la differenza di cui sono portatori, i bambini sensibili e iperfunzionali diverrebbero adulti empatici e ricchi di talenti, una risorsa critica per la società. Dunque, portiamo più rispetto per questi bambini timidi e ritrosi, come per quelli ispidi e difficili: essi sono sensibili. In tal modo riusciremo a portare più rispetto per gli adulti eccentrici, complessi, problematici che nascondono segregati nel cuore della loro mente, mondi nuovi e senza fine.

Sensibilità e rischio psicopatologico

bambina sensibile

Ma come può il bambino sensibile sviluppare una psicopatologia? 

In una buona parte degli studi sull’Alta Sensibilità si pone l’accento sul disadattamento sensoriale del bambino sensibile: rumori, affollamenti, sovrastimolazione sarebbero i suoi guai peggiori. Si tratta ovviamente di una concezione che indulge in una prudente ingenuità; una ingenuità d’altra parte non causale perché assolve alla funzione di eludere il vero dramma del bambino sensibile. In realtà la caratteristica più a rischio del bambino sensibile è la sua sensibilità morale, una qualità psicologica che gli deriva dalla maturazione dell’empatia. Sia da piccolo che ancor più da adulto, in funzione della sua innata esigenza di giustizia, il soggetto sensibile si oppone alla propria e all’altrui collocazione in ruoli inferiori e maltrattabili e lo fa attraverso i sentimenti della paura e della rabbia. 

È vero che prova disagio se sottoposto a stimoli sensoriali incongrui; ma quegli stimoli sono più o meno tutti di natura umana, inoltre lo preparano allo sviluppo della sensibilità adulta. Questa sensibilità è espressione della maturazione dell’empatia (è quindi attivata dai neuroni specchio). Innanzitutto, il bambino sensibile sperimenta intense identificazioni empatiche, che gli consentono di percepire il mondo interno altrui e lo sfondo delle relazioni interpersonali. Questa percezione non è – non può essere – neutra. È sempre animata da vissuti o di concordia o di discordia. Intuire i sentimenti di una madre o di un padre, i pensieri di un insegnante, la sofferenza di un coetaneo, una incongruenza sociale, non è mai irrilevante; sono fattori che inducono o piacere o dolore, quindi congruenza o incongruenza, armonia o disarmonia. 

Poiché desidera una vita coerente col sentimento di armonia che ricava dall’intelligenza dei suoi stati interiori, l’individuo sensibile tiene alla sua rabbia, non vuole gli venga punita, perché essa testimonia del suo sforzo di trasformare la bruttezza del mondo (la sua dis-umanità) in qualcosa di bello. La sua rabbia è uno strumento al servizio di una correzione dei valori e dei rapporti del mondo. Nel libro La logica dell’ansia (2008) ho chiamato questa sua attitudine “selezione memetica”: la selezione spontanea dei valori che presiedono all’ordine del mondo sociale.   

Se i sentimenti oppositivi di disagio gli vengono inibiti dall’ambiente sociale o dalla sua interiorizzazione in forma di vergogna e senso di colpa, il bisogno di opposizione si incrementa sempre di più, fino ad attivare un conflitto fra l’adattamento passivo e il rifiuto attivo. All’osservatore ingenuo, il rifiuto attivo sembra essere il maggior problema, di per se stesso patologico. In realtà, anche in stato di apparente adattamento, il rifiuto persiste, quindi anche il disagio, perché rimosso dalla coscienza esso è comunque attivo a livello inconscio. 

La rabbia che prova talvolta per figure amate o comunque per figure delle quali ha bisogno non può restare senza conseguenze. L’insistenza del rifiuto ad adattarsi genera una scissione, segnalata alla coscienza da sintomi che vanno dalla comune ansia fino alla più grave strutturazione psicopatologica. L’angoscia indica a questo punto la percezione di un mondo interno scisso fra un adattamento mimetico e una protesta viscerale inibita dalla colpa. Il bambino può apparire docile e ben socializzato, oppure sprofondato in un disturbo ipercinetico. In entrambi i casi, le motivazioni del suo disagio sono rimosse, quindi sono perse.  

Si crea allora una doppia identità: da un lato la parte più o meno adattata, dall’altro quella disadattata. I sentimenti di conflitto (rabbia e paura), i sintomi relativi al conflitto (ansia, angoscia, panico, vergogna e senso di colpa) e gli stati psichici antitetici in cui si organizza la ribellione (impulsi d’odio e fantasie di vendetta, progetti onnipotenti o di fallimento autodistruttivo ecc.) costituiscono allora il rovescio della medaglia dell’identità ufficiale. 

Il processo di socializzazione ha fallito: ed ha fallito proprio negli individui più sensibili, in coloro che erano i più adatti a favorire e promuovere il successo della società entro la quale erano nati. E questo fallimento potrebbe decretare, in un aut-aut fatale, il superamento del sistema di valori che ha prodotto la malattia, oppure la rovina definitiva degli individui che vi si sono affidati. In questo senso, la sensibilità disadattata – quindi la psicopatologia – costituisce la più preziosa testimonianza del disordine prodotto dagli errori e dai misfatti del processo di socializzazione.

Sensibilità e disagio psichico

Freud Lucian boy-s-headNel libro La logica dell’ansia (2008) scrivo così: 

«La realtà, così come noi la percepiamo, è il risultato di un complesso intrecciarsi e strutturarsi di diversi sistemi di fatti e di eventi; quindi si presta ad essere letta secondo diversi gradi di profondità. La percezione offerta dalla sensibilità svela un universo informazionale più complesso rispetto alla linearità computazionale necessaria alle operazioni pratiche. […] In rapporto a universi informazionali [realtà] contraddittori, il bambino sensibile scopre di possedere uno strumento drammatico. La sua sensibilità lo mette in grado di analizzare i messaggi e i modelli interiorizzati, di confrontarli fra loro e di opporre un rifiuto viscerale a quelli che, con la disarmonia, portano squilibrio e sofferenza. E può farlo proprio in quanto, essendo sensibile, egli ha come primo parametro di confronto il modello costituito dalla percezione empatica del proprio corpo; un corpo che milioni di anni di evoluzione hanno reso abile a produrre schemi armonici e a interagire in perfetto equilibrio con la natura fisica circostante. La sua sensibilità, come costituisce la base per la selezione degli ambienti naturali, costituisce, allo stesso modo, la base per la selezione degli ambienti culturali.»

Il tema della sensibilità è da sempre uno dei miei temi centrali. La sensibilità – e soprattutto l’Alta Sensibilità – consente da un lato una percezione più sottile e più complessa della realtà, dall’altro però anche una dissociazione oppositiva viscerale, coi rischi conflittuali e psicopatologici che sappiamo. In particolare, quando analizziamo la sensibilità morale, ci rendiamo conto che se da un lato essa tende a intensificare i rapporti umani, dall’altro può andare incontro a traumi e distonie assillanti, che stanno alla base di esiti psicopatologici. Nella mia esperienza clinica ho potuto riscontrare che il 90% dei soggetti affetti da un disturbo psicologico dispone di questa qualità. 

Una ricca neuro-diversità può dunque rivelarsi tanto una grazia quanto una disgrazia. Solo da poco si comincia a riflettere sul fatto che gli individui dotati  in particolare sul piano della sensibilità e dell’intelligenza introversiva – possono sviluppare disagi psichici più facilmente di altri. 

Nel 2002, nel libro Volersi male, avanzai per la prima volta l’ipotesi che l’Alta Sensibilità sia una variazione genetica tanto ricca di possibilità quanto gravida di rischi, tra i quali il più frequente è il disagio psichico. Suggerii questa ipotesi pochi anni dopo la psicologa americana Elaine Aron, che nel 1997 cominciò ad affrontare il tema dell’Alta Sensibilità. A quell’epoca non avevo letto i suoi articoli. Il mio percorso era di ambiti clinico, quindi fu un altro: mi ero mosso sulla base delle annotazioni puntuali di C. G. Jung, R. D. Laing e Silvano Arieti e le avevo collocate in una visione evoluzionistica. Prima di appartenere al campo della psicologia sperimentale, l’intuizione dell’alta sensibilità era stata infatti antipsichiatrica. 

Elaine Aron – a sua volta ispirata da Jung – ha avuto il merito di svilupparla in una linea di ricerca sistematica. Carl G. Jung, Frieda Fromm Reichmann, Ronald D. Laing, John Rosen, Silvano Arieti, Elaine Aron, Alice Miller, Luigi Anepeta… L’intuizione che scorre è la stessa. Quando si è in questa concezione della vita si lavora tutti alacremente alla stessa opera. È bene accogliere più afferenze possibile, prendere linfa dal maggior numero di radici. 

In Volersi male scrivevo così:

«L’evoluzione umana ha selezionato questo tratto genetico differenziale che é la sensibilità, cioè l’attitudine di un individuo ad immedesimarsi con il suo simile allo scopo di potenziare le capacità cooperative dei gruppi e della specie nel suo complesso. […] La specie ha creato e selezionato quest’attitudine alla sensibilità perché essa ottiene un risultato adattivo straordinario: l’individuo sensibile è portato spontaneamente a “lavorare” al miglioramento delle realtà che trova nel mondo: egli si applica al perfezionamento dei sistemi umani sociali e simbolici, e al rapporto fra questi e i sistemi naturali. Per tale motivo – per progetto naturale – le strutture nervose dell’individuo sensibile sono predisposte a potenzialità di godimento superiori rispetto a quelle della maggioranza dei simili. Egli è a disagio nella vita sociale ordinaria, perché le norme culturali sono adeguate alla dotazione normotipica, cioè alla media statistica, non a chi possiede ricchi corredi genetici sia emotivi che intellettivi. Chi nasce con la naturale attitudine alla felicità sa di avere una ricchezza che altri non possiedono, sa d’essere diverso dagli altri: sin da bambino ha appreso a cogliere intuitivamente l’infelicità altrui e a confrontarla con la propria naturale capacità di godimento; ed é proprio questa iperdotazione che può metterlo sotto scacco».

Lo scacco della sensibilità consiste in due fattori. Il primo fattore è la sensibilità empatica, la quale implica il sentire sulla propria pelle – e dentro la propria anima – che le relazioni primarie e gli ambienti umani possono essere gravemente contraddittori e malati. Poi, secondo fattore, la sensibilità morale, che implica che a quello stato di ingiustizia e di malattia ci si può opporre, ma solo sviluppando ansia, angoscia, sensi di colpa, vergogna, sintomi, e infine psicopatologia.

Sensibilità e intelligenza

bambina sensibleLa percezione intensa e profonda che la sensibilità consente di creare una ricchissima rete di connessioni neurali e mentali. L’empatia – grazie ai neuroni specchio – consente di vedere il mondo contemporaneamente dal proprio interno e dall’interno delle altre persone, quindi di sommare più punti di vista, con una moltiplicazione vertiginosa della ridondanza; di conseguenza, consente di acquisire più dati e formare più concetti. Soprattutto quando è associata all’introversione, la sensibilità consente di disporre di uno sguardo diretto sul mondo interno, un mondo nel quale la funzionalità mentale è spinta a livelli superiori al comune. 

Non solo riusciamo a sentire con più ampiezza, profondità e finezza i nostri stati d’animo e quelli del nostro simile (introspezione e empatia), ma anche gli stati fisici della natura (qualità che nel mio libro La specie malata (2020) ho chiamato geofilia), di avvertirne le dinamiche e gli equilibri e di usarli come parametro per capire cosa sia un funzionamento complesso e cosa sia la salute (che è appunto un funzionamento complesso). L’intuizione di funzionare come la natura ci consente di esperire stati d’animo preziosi come l’estasi e di creare simboli complessi come una formula matematica o un contrappunto musicale.  

L’insieme di queste attitudini si chiama semplicemente intelligenza. 

Un individuo sensibile ha molte più possibilità di diventare, al culmine della sua epigenesi, una persona intelligente. Dal bambino percettivo e intuitivo che è stato può nascere un adulto lucido e consapevole. Naturalmente non accade sempre (non vogliamo essere presuntuosi), ma molte volte sì. Il mondo attuale premia il furbo, il cinico, il prepotente; il mondo dei sensibili premia l’intelligente, l’etico, il responsabile. Questi due mondi sono in conflitto, per loro stessa natura; ma il primo costituisce la larga maggioranza dell’umanità. Questo è ovviamente uno dei motivi per cui le persone sensibili non se la passano sempre bene e hanno bisogno di un surplus di consapevolezza per raggiungere il benessere emotivo e la chiarezza mentale. 

Allo scopo di maturare il potenziale intrinseco, il contatto con uno psicoterapeuta o un mentore dotato a sua volta di alta sensibilità e specializzato nella sua gestione può essere un passo indispensabile, soprattutto quando questa qualità, mal gestita nelle fasi primarie della vita, ha generato un disagio psichico o una psicopatologia strutturata. 

Il processo di riconoscimento, infine, consente la liberazione di un intuito eccezionale: come per incanto, le persone con queste caratteristiche si attraggono tra loro, costruendo così una solida cerchia di amicizie positive. 

Bibliografia dell’autore

Ghezzani N., Volersi male, FrancoAngeli, Milano, 2002. 

Ghezzani N., La logica dell’ansia, FrancoAngeli, Milano, 2008. 

Ghezzani N., La specie malata, FrancoAngeli, Milano, 2020. 

Ghezzani N., Il dramma delle persone sensibili, FrancoAngeli, Milano, 2021. 

Bibliografia di riferimento

Kagan J. (2010), La trama della vita, Bollati Boringhieri Torino, 2011.

Aron E. (2012), Persone Altamente Sensibili, Mondadori, Milano, 2012.

Nicola Ghezzani

Psicologo clinico, psicoterapeuta

formatore alla psicoterapia

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