Sàndor Ferenczi, Opere, vol. II (1913-19)
Rivista Gruppo e funzione analitica, 1990, 11:3, p. 63-66
Una premessa
Questa che vi offro qui è la recensione al secondo volume delle Opere di Sàndor Ferenczi, che pubblicai sulla rivista “Gruppo e funzione analitica” nel 1990, quando la Rinascita ferencziana era ancora di là da venire. Il Diario clinico dello psicoanalista ungherese (che accanto al famoso articolo Confusione delle lingue fra adulti e bambini è, a mio avviso, la sua opera più importante) venne pubblicato a cura di Judith Dupont nel 1985. Il primo importante convegno tenuto in suo onore, finalizzato alla riscoperta della sua opera, fu quello intitolato “The Legacy of Sándor Ferenczi” tenuto a New York nel 1991.
Dunque, pubblicando nel 1990, ero in linea coi tempi. Posso dirlo oggi, perché allora non ne ero consapevole. Mi muovevo sulla base di un istinto che mi ha sempre fatto amare gli eretici e i marginali della cultura mainstream, nella convinzione, quasi sempre confermata, che fra loro si possano trovare i germi delle innovazioni più audaci. Quanto allora mi muoveva era passione, curiosità, gusto della provocazione; non era lungimiranza: non immaginavo che la riscoperta dell’autore ungherese sarebbe stata così importante e così “politica” anche in Italia decenni dopo. La storia ha le sue ironie.
Ferenczi non fa eccezione alla regola: egli appartiene a pieno titolo alla genia degli emarginati dalla storia che hanno qualcosa dire e cui viene impedito di evolvere e maturare. Come accadde a Viktor Tausk, a Wilhelm Reich e più tardi a Ronald D. Laing, la sua genialità venne soffocata in culla, proprio quando stava cominciando a germogliare. La fratria degli psicoanalisti freudiani, capeggiati dallo stesso Freud e dal sempre zelante Ernest Jones, lo osteggiarono e calunniarono nel momento più difficile della sua vita, quando si andava emancipando dalla lunghissima dipendenza dal maestro Freud e si era ammalato di una malattia incurabile.
Questo secondo volume contiene articoli fra i meno riusciti della sua produzione, tutti anteriori al fatidico 1923, quando per la prima volta osò distaccarsi dal dogma freudiano. È una raccolta che mostra, in modo tanto sconcertante quanto commovente, come la dipendenza psicologica da un leader possa schiacciare la creatività individuale fino a far sembrare mediocre una personalità eccezionale. Purtroppo, come dicevo, il genio clinico di Sándor Ferenczi non poté maturare completamente, e la sua odierna ricoperta deve accontentarsi dell’esegesi minuziosa delle poche pagine, intense a drammatiche, lasciateci nell’ultimo decennio della sua vita.
Buona lettura!
Roma, 1° luglio 2026
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Di fronte al secondo volume delle Opere di Sàndor Ferenczi mi sono trovato nuovamente a riflettere sul sottile fascino che l’esperienza del clinico e teorico ungherese ha esercitato su tanti analisti.
In senso generale credo che questo derivi sia dall’ampiezza delle sue curiosità intellettuali che dalla spregiudicata onestà della sua riflessione sulla tecnica – e dunque anche sull’etica – del rapporto psicoterapeutico.
Per quanto mi riguarda, dirò che il mio interesse nei confronti di Ferenczi deriva da questi stessi fattori e, più sottilmente, da un altro: dal fatto che l’intero arco della sua vita intellettuale esprime qualcosa di più delle sue singole parti, per quanto importanti e significative. Più ancora dirò che – come accade solo molto raramente – lo stesso evento della morte, nel suo caso, viene ad essere illuminato e dotato di senso dall’intera sequenza della vita, come un esito casuale e necessario allo stesso tempo.
In questo senso, l’opera teorica di Ferenczi consente ben tre livelli di lettura diversi, gradualmente più profondi. Il primo, e più visibile, pertiene alla documentazione e all’elaborazione della psicoanalisi, ed è il livello propriamente scientifico. Il secondo livello, meno visibile, è relativo all’interazione microsociale di Ferenczi con il gruppo degli analisti, e si rivela nelle sue prese di posizione, testimoniate, in questo volume, sia dall’articolo contro Jung (del 1914), sia dalla frammentazione aforistica della gran parte dei brani, che lascia intuire un rimando ad un “testo assente”, cioè al corpus freudiano, rivelando così una adesione pressoché totale ad esso. Infine, il terzo livello, il meno visibile di tutti (che può risaltare solo nella visione complessiva dell’Opera), è il livello dell’autopoiesi, cioè della riflessione costante su di sé attraverso l’oggettivazione consentita dalla scrittura. Questo livello rivela che Ferenczi, lungo l’intero arco della sua vita intellettuale, transiterà dal relativo conformismo teorico dei primi scritti ad un vero e proprio cambiamento catastrofico negli anni ’31-’32.
Durante questi anni, infatti, egli giungerà ad un drammatico mutamento della forma dei legami sociali (vedi il distacco da Freud), parallelamente a un radicale rinnovamento della prospettiva teorica, dove elaborerà l’idea di una alienazione primaria dell’lo infantile ad opera dell’adulto, capovolgendo così il paradigma classico dell’Edipo. Sarà una vera e propria trasformazione dell’identità psicosomatica, pagata, come è noto, con la morte.
Questo secondo volume si apre con una serie di articoli che ribadiscono la fedeltà del discepolo alla doxa del maestro. Sono articoli che datano dal 1913, cioè un anno dopo il distacco polemico di Jung, che lacerò il tessuto compatto del gruppo. Il primo articolo della raccolta, Valore della psicoanalisi per la giustizia e la società, del 1913, proprio per l’argomento di largo respiro di cui tratta (l’interpretazione del sistema sociale alla luce della psicoanalisi) rivela il nucleo ideologico profondo dell’autore: «l’educazione ha il compito di contenere, domare, addomesticare le pulsione asociali» (p. 4); « È certo che lo Stato e il suo ideale sociale si sono sviluppati a partire dall’anarchia individualistica propria della prima infanzia dell’umanità» (p. 9).
Affermazioni di questo genere, oltre a definire l’assioma di un istintualismo immanente allo sviluppo umano, ricalcato sull’ideologia hobbesiana, assioma sul quale la successiva elaborazione scientifica darà luogo a contrasti e scissioni, suggeriscono in qualche modo anche la forma e i contenuti del Super-io dello stesso autore, illuminando di riflesso il rapporto col maestro. In quegli anni, infatti, Ferenczi chiedeva a Freud una analisi formativa, la quale è intuibile fosse attesa nella speranza di un rafforzamento dell’lo nella sua alienazione nell’altro, considerati i turbamenti che le prime scissioni cominciavano a indurre.
Così, l’articolo Fasi evolutive del senso di realtà, dello steso anno, è una conferma puntuale degli assiomi freudiani sulla natura umana, in questo senso costituendo il parallelo degli scritti coevi di Abraham, andando a costituire con questi la linea che porterà a M Klein. Ferenczi riasserisce la concezione della fantasia di onnipotenza del bambino e del correlativo desiderio di regressione, la cui causalità è rinviata al rifiuto primario nei confronti della nascita e della realtà, e al «reinvestimento allucinatorio della situazione di appagamento perduta e rimpianta» (p. 38).
Da qui il concetto di fissazione, così centrale per la clinica psicoanalitica dell’epoca. Ferenczi, tuttavia, si stacca dalla doxa su due punti: il primo è relativo alla teoria del simbolismo, la cui genesi è rinviata ad una proiezione delle funzioni corporee sull’ambiente esterno, proiezione attraverso la quale vengono elaborati gli stimoli organici (secondo una concezione che verrà ampliata da Bion allorché parlerà di un’area protomentale ontogenetica). Il secondo è relativo all’interazione primaria con la figura materna: Il piccolo uomo-gallo, ancora del 1913, è un resoconto (troppo breve perché se ne possa dedurre un sistema) nel quale Ferenczi descrive impulsi di amore e odio, con fantasie divoratorie, relativi alla madre, in un bambino fra i tre anni e mezzo e i cinque, secondo un modello che sfuma il complesso edipico (e che la Klein svilupperà negli anni successivi).
In tali articoli si evidenzia, a mio avviso, la divaricazione in atto dalle scienze della natura, allorché in una nota all’articolo sulle fasi evolutive scriverà: «Per sviluppare conseguentemente questo ragionamento bisogna familiarizzarsi con l’idea di una tendenza all’inerzia e alla regressione dominante anche nel mondo organico, mentre la tendenza all’evoluzione, all’adattamento ecc. verrebbe provocata solo da stimoli esterni» (p. 46). Vero e proprio escamotage teorico che Ferenczi formula per salvare l’idea che la resistenza psichica allo sviluppo abbia un parallelo in una tendenza filogenetica alla stasi: paradosso antievoluzionistico cui la biologia non si è affatto familiarizzata. Anche la moderna teoria degli equilibri punteggiati, che individua momenti di stasi nel processo evolutivo, postula che i salti evolutivi e la discontinuità siano dovuti a spinte comunque intrinseche alla materia vivente; quanto al piano dell’onto- e dell’epigenesi il modello dell’omeostasi (cui in fondo si riferisce il fisicalismo freudiano) viene ormai limitato alla spiegazione dei sistemi semplici (come la cellula), mentre per i sistemi complessi (come il cervello umano) si parla di processi caotici, nei quali è la dialettica fra due sistemi motivazionali antagonisti a promuovere la morfogenesi delle strutture.
A mio avviso, come già nel primo volume, anche in questo secondo volume delle Opere, la pienezza dell’originalità e dell’intelligenza critica Ferenczi la esprime negli scritti tecnici. In campo teorico la sua aderenza al paradigma freudiano gli lascia poco spazio; la riflessione sulla tecnica, invece – relativamente aperta nel corpus freudiano – gli fornisce lo spiraglio attraverso cui far fluire la spinta innovativa. Lo scritto La tecnica psicoanalitica, del 1919, tocca i tre problemi centrali dell’incontro psicoterapeutico: la resistenza, il transfert e il controtransfert. Associare solo insulsaggini, il silenzio insistente, la proiezione sul terapista, l’interruzione improvvisa di una frase, l’accavallarsi di idee contrapposte, il timore nei confronti di pensieri sconvenienti sono tutti atti di una interlocuzione nella quale Ferenczi rileva la resistenza del paziente a svelare il transfert in atto. Il discorso frantumato, lacunoso, razionalizzato è un discorso che espunge con cura minuziosa gli indici di un discorso segreto, parallelo, che ha preso l’analista in qualità di oggetto intorno a cui far ruotare il mondo della fantasia interna e dell’oggettivazione. Ma, perché ciò si sveli, l’analista deve essere padrone del cosiddetto controtransfert. E qui Ferenczi strappa il velo pudico della tecnica e scopre l’etica del rapporto psicoterapeutico. Verrebbe da osservare che, a questo proposito, egli riesce laddove Freud stesso ha fallito; superando così per la prima volta il maestro.
Freud, infatti, non ha saputo, nel 1914, anno in cui pubblica il caso dell’uomo dei lupi, cogliere la dipendenza da controtransfert: che costerà al suo paziente l’episodio delirante per cui dovrà tornare in cura. Il paziente, afferma Ferenczi, qualora trovi nell’analista la tendenza collusiva giusta, si lascerà alienare da quello in una pseudo-guarigione: «lo psicoanalista deve a questa felice sicurezza di sé i sorprendenti miglioramenti del paziente. Non v’è dubbio che questi risultati sono solo in parte di ordine analitico; per la maggior parte sono dovuti alla suggestione» (p. 314). E, preso atto del torto subito, il paziente può talora reagire con rabbia: «Con le loro accuse i pazienti smascherano l’inconscio del medico» (ibid.).
Si tratta di una legge di ordine particolare che Ferenczi eleverà ad universale allorché riesumerà il concetto di “seduzione”: la collusione diverrà un caso particolare di una tendenza “alloplastica” del paziente alla dipendenza nei confronti di una autorità che ne trae benefici perversi. Unica soluzione, la vigilanza cosciente dell’analista su sé stesso: «con il tempo egli impara, in seguito a certi segni automatici del preconscio, a interrompere questo “lasciarsi andare” e a sostituirgli un atteggiamento critico» (p. 315).
L’attenzione critica al controtransfert è, in essenza, etica del rapporto: cioè sorveglianza circa le possibilità di un uso dell’altro essere umano come mezzo per fini propri anziché come fine in sé stesso.
La domanda che Ferenczi comincerà a porsi è questa: può il paradigma freudiano rendere conto del dominio dell’uomo sull’uomo senza legittimarlo in qualche suo aspetto? Se la tendenza del paziente a sottomettersi all’analista trova in questo una legittimazione nonché inconscia cosciente, e cioè relativa a una teoria pessimista circa la possibilità umane di autodirezione, come si esce dalla collusione, cioè dall’analisi interminabile?
L’intero corso della vita dell’analista ungherese è stato il suo tentativo di rispondere a questa domanda.
Nicola Ghezzani
Psicologo clinico, psicoterapeuta
formatore alla psicoterapia
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