Matrici della sofferenza psichica

Dipendenza e opposizione

BASQUIAT !Che cosa accade a un bambino quando l’ambiente non è adeguato ai suoi bisogni fondamentali?
Accade qualcosa di semplice e devastante: il bambino non si sente rispecchiato. E se non si sente rispecchiato, non si sente amato. Non necessariamente perché manchi l’affetto generico, ma perché manca la reciprocità, quella risonanza di base per cui il bambino, essendo riconosciuto e amato, si sente legittimato a esistere così com’è.

Se un bambino cresce senza sentirsi amato, riconosciuto e accolto per ciò che è, si produce una ferita nel nucleo germinale del Sé. Il messaggio implicito che risuona dentro di lui è questo: “Non vali per quello che sei, ma per come ti adatti e rispondi alle aspettative dell’altro”. La mancanza di rispecchiamento produce un vuoto e il riempimento del vuoto con un’immagine di sé compiacente.   

Ma la perdita della reciprocità produce di ritorno un’esperienza affettiva precisa: il sentimento di ingiustizia. Il bambino dipende, ama e dà, si adatta, si modella secondo il modo di essere dell’altro; l’altro – il genitore – non lo fa; non lo capisce, non lo aiuta nella crescita. Da qui nasce una ferita morale che affonda nel sentimento di giustizia, una ferita che implica umiliazione e rabbia. 

Di fronte a questo sentimento di ingiustizia, il bambino può muoversi verso due estremi opposti.

IL DIPENDENTE

C’è chi soccombe e si adatta. Il bambino allora diventa mite, timido, remissivo. Oppure attivo ed efficiente, ma comunque profondamente compiacente, sempre in cerca di conferme. Impara presto che il modo più sicuro per sopravvivere è farsi piccolo, farsi utile, farsi accettabile. Si difende aggrappandosi. Continua a cercare l’amore che non è arrivato, sperando che prima o poi qualcuno lo conceda. La convinzione profonda diventa: “Da solo non valgo”. Il Sé resta fragile, dipendente, terrorizzato dall’abbandono. In età adulta questo bambino può strutturare un nucleo dipendente di personalità

L’OPPOSITIVO

E poi c’è chi prende la strada opposta: si insensibilizza. Si indurisce. Si impone contro tutto e tutti. Diventa oppositivo, intrattabile, ribelle. Allora, o si chiude in un isolamento glaciale, diventando inaccessibile, oppure esercita potere e controllo sugli altri in modo crudele. Crescendo può costruire l’armatura della grandiosità. La fragilità viene percepita come pericolosa, quindi viene negata. Nasce un falso Sé forte, invulnerabile, superiore. È una strategia efficace per non sentire il vuoto, ma ha un costo altissimo: l’altro smette di essere un soggetto e diventa uno specchio. In età adulta questo assetto può organizzare un nucleo narcisistico patologico, con la sua triade classica: grandiosità, dipendenza dallo sguardo altrui, rifiuto dell’empatia.

Questi due estremi – soggezione e opposizione; nucleo dipendente e nucleo narcisistico – non sono semplici stili caratteriali. Sono le due grandi matrici di significato da cui può essere fatta derivare l’intera psicopatologia. Tutti i quadri clinici, se scavati fino in fondo, mostrano la danza continua di questi due poli: sottomettersi per non perdere il legame, oppure opporsi per non perdere se stessi.

A ben vedere, se ne può ricavare un sistema diagnostico che non è né categoriale, né dimensionale; è processuale: semplice, logico, quasi algoritmico. 

Non si tratta di una questione di “sensibilità”. L’idea che le persone sensibili siano destinate a diventare vittime e quelle meno sensibili carnefici è una semplificazione suggestiva, ma alla fine grossolana. Una Persona Altamente Sensibile può insensibilizzarsi e diventare dura e oppositiva; una persona normosensibile può crollare nella dipendenza. L’esito non è dettato dal temperamento.

I DUE BISOGNI FONDAMENTALI 

La scelta tra dipendenza e opposizione è in larga parte casuale. Dipende da micro-contingenze ambientali, da incontri, da rinforzi accidentali, da decisioni soggettive prese quando non c’era davvero scelta. La storia soggettiva è un luogo di indeterminismo. 

Ciò che non è casuale, invece, è l’esistenza della dualità stessa. Questa deriva da un dato strutturale della natura umana, chiarito da 40 anni dalla Psicologia dialettica: l’essere umano è abitato da due bisogni fondamentali e in tensione dialettica permanente. Il “bisogno di appartenenza e integrazione sociale”, che media il rapporto con l’altro, a partire dalla madre. E il “bisogno di opposizione e individuazione”, che fonda il rapporto con se stessi e la costruzione di una personalità differenziata.

La definizione dei due bisogni è semplice ed elegante e risolve una quantità di problemi teorici. Anche se non viene mai citata in modo diretto, comincia a penetrare nei vari sistemi teorici. 

Due bisogni fondamentali crescono l’uno sull’altro, in modo fasico e alterno. Quando l’ambiente fallisce, uno dei due bisogni viene sacrificato per salvare l’altro.

Due vie diverse, una stessa ferita.

IL DIPENDENTE

Lungo la prima via, il dipendente reagisce amplificando il bisogno di relazione: non posso vivere senza l’altro. E sacrifica il bisogno di individuazione. 

Ovviamente nella crescita da bambino ad adulto si danno tante configurazioni possibili che intrecciano questa soluzione con l’opposizione e l’individuazione, per esempio l’altruismo onnipotente: la persona non può fare a meno dell’altro, ma nel senso che la sua dipendenza dal sacrifico altruistico si fonde con l’esigenza narcisistica di una iper-affermazione. Spesso questa configurazione coincide con un’organizzazione ossessiva, incentrata sul controllo e il senso del dovere.  

L’OPPOSITIVO

Lungo la seconda via, l’oppositivo, reagisce negando il bisogno di relazione e amplificando quello di opposizione: non ho bisogno di nessuno. Sacrifica il bisogno di relazione per salvare l’opposizione. 

Anche questo caso le configurazioni adulte sono numerose, per esempio il narcisismo dipendente, per il quale la persona ha uno smodato bisogno di gloriarsi, ma non può fare a meno di “qualcuno” di specifico di fronte a cui mostrarsi; oppure il narcisismo masochista: nel quale la persona si oppone e si pavoneggia fino a ledere la sua immagine sociale e a rientrare nella norma attraverso la porta dell’umiliazione. In questi casi siamo di fronte a un’organizzazione isterica, nella quale s’impone la relazione di dominio come difesa dal terrore di dipendere.      

Ma sotto tutte le configurazioni possibili vive lo stesso bambino invisibile, quello che non è stato visto per ciò che realmente era. 

È nel cuore di quel bambino che pulsa il Sé originario, la spinta vitale alla domanda di senso e alla guarigione.  

Bisogni, ambienti e traumi

BASQUIATDa cosa è mosso un bambino nella sua ricerca del mondo? È mosso dal suo corpo, che chiede attenzione. Ma l’attenzione che chiede è un’attenzione partecipe, è un contatto vitalizzante nel quale possano scorrere cibo e sguardi, emozioni e parole, domande e risposte. L’essere umano vive di quest’interazione, io l’ho chiamata “melodia cinetica”: una danza di emozioni e azioni che intreccia le vite della madre e del bambino. 

I DUE BISOGNI 

Ma oltre a questa prima realtà il bambino ha bisogno di un’altra cosa: poiché non può essere un “identico”, nel qual caso sarebbe un automa, deve anche differenziarsi. Quindi agisce, si muove, si agita, protesta, si lamenta, si allontana, desidera, cerca altrove. 

Quindi, non uno ma due bisogni lo muovono: uno che lo porta a cercare l’attaccamento e l’interazione; l’altro che lo spinge ad allontanarsi e a cercare altrove; un bisogno di appartenenza e un altro di differenziazione. 

La Psicologia dialettica li ha chiamati “bisogno di appartenenza e integrazione sociale” e “bisogno di opposizione e individuazione”. 

L’elemento terzo fra i due è dato dal confine, cioè dal contenitore che gli indica se quel certo evento gli fa bene o male. Il contenitore è il corpo: l’intelligenza psicosomatica ereditata dall’evoluzione, che precede l’interazione con la madre e col mondo esterno. Un’intelligenza superiore. 

LE MADRI 

Inutile negare l’importanza delle madri. Quando parliamo di micro-traumi o di traumi cumulativi, collegati a negligenza, trascuratezza, mancato rispecchiamento, stiamo parlando delle madri (talvolta anche di una nonna, comunque la figura di accudimento primario che è sempre una donna). E se la madre abita una personalità nella quale mente e corpo sono dissociati, nella quale il corpo partorisce e la mente si estrania, il corpo allatta e la mente si deprime, il corpo cerca lo sguardo del figlio e la mente vede una prigione di angoscia che durerà per anni, è ovvio che il bambino non si senta rispecchiato. Cerca uno sguardo e trova un vuoto. Cerca se stesso e trova il volto della madre che, come una maschera, lo ignora e lo respinge. Cerca un corpo morbido e caldo e trova un corpo distratto, frettoloso, ipercinetico, rigido, ansioso, guidato che da una mente che esige che quel corpo sia efficiente, performativo, interdipendente nella simbiosi ma anche indipendente da tutto. 

È ovvio che l’interazione è fallace e che il bambino è già molto fortunato se trova una “madre sufficientemente buona”. 

Non è colpa, delle madri, le madri sono state a loro volta bambine, educate all’assenza di identità personale, al servizio affettivo, alla reificazione della loro apparenza femminile. Sono poi ragazze e donne che vivono in una realtà sociale che chiede loro di “educarsi” e di scindere la mente dalla vita istintuale. La “programmazione sociale” si imprime così nelle menti. 

Dunque, la maternità è un’esperienza ardua e le madri devono saper accettare di essere imperfette e di funzionare con dei limiti. 

I PADRI 

Oltre ai traumi materni, il bambino deve poi sopportare quelli paterni. 

Padri assenti, insofferenti, talvolta brutali, padri che maltrattano o picchiano le madri con cui il bambino è identificato; padri che pensano solo ai soldi, al lavoro, allo sport, al sesso estorto o clandestino, padri frustrati che proiettano sul figlio le proprie frustrazioni o le proprie ambizioni, padri che detestano le piccolezze e le tenerezze a cui li invita il loro bambino. 

I padri anch’essi sono stati bambini e sono stati educati al ripudio della loro infantilità, al disprezzo della debolezza, all’angoscia della vulnerabilità, e sono cresciuti in un’atmosfera di paura del legame, di anestesia emotiva, di emozioni impulsive che non si traducono in sentimenti, un’atmosfera di invidia e competizione: infine, un’atmosfera che induce alla fobia dei sentimenti, all’aggressività, talvolta al narcisismo.

Anche in questo caso, la colpa è relativa; ma la responsabilità non può essere elusa.  

IL NASCONDIGLIO 

In questo panorama irto di difficoltà, cosa accade al bambino? 

Quando il bisogno di appartenenza è frustrato da innumerevoli traumi, il bisogno di differenziarsi si carica di un elemento esasperato, disperato, rabbioso, sovraccarico di paralisi e di colpa. La differenziazione viene inibita o pensata con rabbia. E tutto lo sviluppo futuro ne è compromesso. 

È duro essere bambini. Si apprende a sopravvivere sottraendosi e nascondendosi. 

Dietro ogni sofferenza psichica di qualunque età sta nascosto il bambino vulnerabile e traumatizzato, in attesa di essere trovato nel suo nascondiglio e liberato dalle sue stesse difese: paure, fobie, rabbie, proteste, alessitimie, obbedienze coattive, maschere mimetiche, disregolazioni, dissociazioni, anestesie emotive, anoressie e bulimie, idee compulsive, fantasie grandiose, crudeltà, progetti di riscatto e di vendetta, voglia di picchiare i bambini che si è stati. 

Ma tutte queste deformazioni caratteriali sono solo difese. Sono il guscio di noce con cui il bambino dovrà combattere per tutta la vita, o da cui essere liberato. 

La liberazione dalle proprie difese organizzate è un impegno che può coinvolgere un’intera vita. 

Ma se ben condotta, può produrre risultati straordinari, insperati. 

Bibliografia

Per una spiegazione ampia e dettagliata della teoria psicologica e psicopatologica su cui si basa la sintesi qui presentata, leggi di Nicola Ghezzani 

Ghezzani N., Volersi male, FrancoAngeli, Milano 2002.

Ghezzani N., La specie malata, FrancoAngeli, Milano 2020.

Ghezzani N., Il dramma delle persone sensibili, FrancoAngeli, Milano 2021.

Ghezzani N., La lingua perduta dell’amore, FrancoAngeli, Milano 2023.