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Il genio paradossale di Samuel Beckett

L’infanzia

Samuel_Beckett_giovane 1920Samuel Barclay Beckett nacque nella dimora di Cooldrinagh a Foxrock, quartiere periferico di Dublino, in un giorno non meglio precisato del 1906. 

Nel 1907, bambino di appena un anno, viene trovato svenuto in fondo alla scala che conduce al piano superiore della casa. Nessuno ha mai saputo spiegare come abbia fatto a uscire dalla culla e ad arrivare fin lì. Da quel momento mostra segni di irrequietezza e la notte vuole dormire con la luce accesa, costantemente abbracciato al suo orsacchiotto Baby Jack.

Sin da piccolo, Beckett soffrì per le limitazioni imposte alla sua mente da una madre possessiva e perbenista e un padre semplice e laborioso. Bill e May Beckett erano irlandesi protestanti di ceto medio-alto e, pur essendo benevoli, impugnavano saldamente le redini dell’educazione dei figli. La madre soprattutto teneva al futuro di Samuel, che, secondo lei, avrebbe dovuto trascorrere una rispettabile esistenza a Dublino, sposato e con figli,possibilmente in un ruolo accademico. Ottenebrata dal bisogno di averlo in suo potere, lo perseguitò per tutta la giovinezza. Per parte sua, il padre, Bill Beckett, lo avrebbe preferito a co-dirigere, col fratello Franck, l’azienda familiare. Ma, alla fine, Bill fu buono e comprensivo e gli perdonò ogni stranezza: purtroppo morì troppo presto per sottrarlo alla madre. Intrusiva nel tentativo di carpire le verità interiori dei figli, la donna riuscì solo a farli resistere e solidarizzare fra loro e infine a farli chiudere ancora di più in séstessi.

La vita di Samuel era dunque ipotecata dai desideri dei genitori: il fantasma dei loro rimpianti e delle loro ambizioni gli svolazzava sulla testa sin dal suo primo vagito. Appena fu un bambino grande, Beckett replicò alla possessività dei genitori con quel gusto del paradosso che l’accompagnò poi per l’intero corso della sua esistenza. C’era un gioco in particolare che lo emozionava. Accettava la sfida eroica che il fratello maggiore Franck gli indirizzava e dimostrava un ardimento ai limiti dell’irresponsabilità. A otto anni, il piccolo Samuel si arrampicava sui rami più alti di un pino alto diciotto metri che sorgeva nel giardino di casa e poi si lanciava a capofitto, nella speranza di afferrare un ramo sottostante prima di schiantarsi al suolo. Sfidava la forza di gravità, simulando il volo di un uccello, quello cui volle somigliare per tutta la vita: un gabbiano, un falco, un’aquila.

Le escoriazioni che ne ricavava erano vive medaglie conquistate sul campo; purtroppo, gli vennero strappate presto. Scoperto il passatempo del figlio, la madre, terrorizzata, lo redarguì e lo punì. Non di meno, l’abitudine di esporre il corpo – ostaggio della vita affettiva e sociale – a rischi supremi, pur di affermare la libertà dello spirito, fu un suo tratto costante. Un tratto che si riaffacciò da ragazzo nel piacere smodato che gli dava la corsa sulle moto, premiata anche questa da numerosi incidenti; e poi nella resistenza passiva, di tipo depressivo, che oppose da adulto ad ogni violazione della sua volontà.

Gli studi

samuel-beckett-hugo-jehle.jpgA tredici anni, come era consueto nelle famiglie protestanti di ceto medio, venne iscritto ad un College. Benché fosse sufficientemente ordinato nella gestione dei suoi spazi (sullo scaffale accanto ai libri teneva in bella vista i busti di Shakespeare e Dante), si isolò dagli altri ragazzi e scoprì forse per la prima volta una introversione e una solitudine abissali.

Superati in modo non particolarmente brillante gli esami di passaggio, Beckett venne accolto nel 1923, a diciassette anni, alla facoltà di Lettere moderne del Trinity College di Dublino. Lettore infaticabile, divorava libri in lingue diverse. Laddove stentava a proseguire chiedeva aiuto a insegnanti privati. Conobbe così Bianca Esposito che lo iniziò alla lettura di Dante, suo maestro spirituale per tutta la vita.

Pur rivelandosi pigro e disordinato, divenne l’allievo prediletto di Rudmose-Brown, un accademico noto e rispettato, che aveva indovinato in lui i segni di una brillante carriera intellettuale. In realtà, come May, la madre, il maturo docente immaginava che Beckett avrebbe intrapreso la carriera accademica, mai supponendo che in quel giovane abulico e geniale bruciasse il fuoco distruttore dell’arte.

In quegli anni di totale isolamento, Samuel Beckett fu visitato dal pensiero insistente, ossessivo del suicidio. Ne parlava con tutti, colleghi e amici, fino a spossarli: come farlo, perché, chi – tra personaggi famosi e meno – lo avesse già fatto. Lontano da casa, ma prigioniero delle maglie del perbenismo irlandese, sentiva la fragilità e la possessività dei rapporti umani e speculava sull’unico modo per uscirne senza assumersene la sofferenza morale: la morte.

Il dubbio assillante che lo aggredì sin dalla prima adolescenza fu relativo ai rapporti umani: se subirli e soffrire i morsi della dipendenza o se liberarsene del tutto. Esemplare in questo senso il rapporto che ebbe con la pubblicazione delle sue opere. Pur frequentando sin dal primo anno di università l’ambiente intellettuale di Dublino e poi di Parigi, e pur vivendo – almeno quando era fuori di casa – ai limiti dell’indigenza, fino a ventiquattro anni non pubblicò un solo, piccolo libro. Era incerto se volerlo o meno. Volere qualcosa, qualunque cosa, avrebbe significato chiederlo, quindi implicarsi nei rapporti umani più di quanto desiderasse. Infatti, scriveva molto, ma pochissimo prendeva la forma di un’opera compiuta.

Amori e lavori impossibili

Beckett with sunglassesAl Trinity College si distinse come eccellente studioso della letteratura francese e il primo novembre del 27, a ventuno anni, venne assunto come lettore di inglese all’Ecole Normale di Parigi. Qui entrò nella cerchia di James Joyce, che ammirava come scrittore e desiderava come padre. Joyce – che aveva quarantotto anni quando Beckett ne aveva ventiquattro – dapprima lo trattò come uno dei tanti collaboratori o assistenti della sua cerchia, poi imparò ad apprezzarne la devozione e lo amò come un figlio.

Beckett faceva a Joyce ogni tipo di servizio di ricerca e di segreteria; e Joyce col tempo, superando la sua naturale vanità, da un lato lo amò come un figlio adottivo, dall’altro cominciò ad apprezzarlo anche come intellettuale.

Lucia, la figlia di Joyce, una ragazza bella ma affetta da disturbi psichici, s’innamorò del bel giovane scrittore così intimo col padre. Lo fece per opporre al padre un rivale. Ella in fondo odiava il padre che l’aveva sradicata da ogni città in cui avevano vissuto, senza darle l’opportunità di avere amicizie e conoscenze e farsi amare da qualcuno. Ma Beckett, che invece era innamorato della cugina Peggy Sinclair, si sentì in trappola. Lucia lo voleva come marito e Joyce lo voleva come genero, e questo lo metteva in serio imbarazzo. Joyce era diventato un pilastro fondamentale nell’equilibrio psicologico di Beckett: era per lui la figura di un genitore idealizzato. Nei primi anni della loro conoscenza Beckett non solo aveva dato prova di una infinita devozione, ma in molte abitudini, dallo stile di scrittura all’abbigliamento, lo emulava. Dunque, quando Lucia gli manifestò i suoi sentimenti, Beckett ne fu scosso. Impelagato in un intrigo affettivo indesiderato, si sentì soffocare. La rete dei legami umani, come già coi genitori, si stava di nuovo chiudendo intorno a lui. Allora un giorno deluse Lucia fino al punto di farle avere una crisi di depressione gravissima, forse di follia. Joyce, allora, lo allontanò con sdegno dalla sua cerchia e Beckett ne fu devastato.

Poi un giorno, studiando la filosofia del 600, ebbe un’illuminazione – simile al lampo remoto perso in una notte profonda. Sfogliò le opere del filosofo belga Arnold Geulincx (1624-69) e vi trovò scritto: «Ubi nihil vales, ibi nihil velis» ossia, facendo eco allo stoicismo di Epitteto: dove nulla puoi, nulla devi volere. Fu una grande scoperta: il modo migliore per non suicidarsi era non volere. Il modo migliore per affrontare i conflitti della volontà (compresi quelli di ambizione personale) era l’abolizione stessa della volontà. Si applicò a questo credo da giovanissimo e così l’ebbe vinta sulle pulsioni suicide. Ma l’infelicità rimase: poteva non volere, non desiderare; ma l’ambizione di essere riconosciuto nonostante la sua tenace opposizione agli altri lo tormentò per tutta la vita.

Lasciata Parigi, dove aveva vissuto due anni nel più totale disordine, egli fu costretto a rientrare a Dublino, al Trinity College, dove cominciò a insegnare. Ma dopo appena un anno e mezzo ebbe una depressione gravissima. Non sopportava di essere di nuovo prigioniero dell’ambiente dublinese e di svolgere ogni giorno un lavoro che detestava. Insegnare significa scendere dall’alto verso il basso e semplificare il proprio sapere; ma per Beckkett la vita era un’infaticabile scalata verso l’alto, verso una vetta impervia e rocciosa dove essere “unico”, sempre tentato dal linguaggio incomprensibile delle aquile.

Verso la fine del 31 abbandonò il lavoro al Trinity College senza dire praticamente nulla a nessuno. Si mise a letto, la faccia volta contro il muro, non mangiò più e rimase in quella posizione per giorni. Piuttosto che volere attivamente qualcosa, abbandonò il corpo alla deriva, fino ad esporlo al rischio della morte. Vennero convocati i genitori e infine solo il loro intervento – con la promessa, poi mantenuta, di farlo tornare a Kassel, in Germania, dall’amata cugina Peggy – poté rimetterlo in piedi e riconciliarlo in parte con la vita.

Appena fu lontano da Dublino, Beckett rassegnò le dimissioni dall’odiato insegnamento. Commemorò questa decisione nella poesia Gnome, pubblicata nel 34:

Gettar via gli anni di apprendistato nello scialacquio

del coraggio al posto di anni di vagabondaggio

attraverso un mondo che educatamente gira attorno

la volgarità d’imparare.1

Fu finalmente un atto di ribellione attiva.

Con le dimissioni dal Trinity College iniziò uno dei periodi più bui della sua vita. In cerca di una direzione – e pressoché in miseria – per non gravare sul bilancio degli zii Sinclair in Germania – si trasferì nuovamente a Parigi in una delle stanze più piccole ed economiche del Trianon Palace Hotel

Qui che, nel giro di pochi mesi, completerà il suo primo delirante romanzo: Dream of fair to middling women, che potrebbe essere tradotto in italiano con «Sogno di donne mediocri». Il romanzo è una sorta di antiromanzo, nel quale fra l’altro Beckett scrive: «Se mai scodellerò un libro, Dio non voglia, essendo questo commercio quello che è, esso sarà sgangherato, in rovina, una vecchia carcassa tenuta insieme con pezzi di spago, e al contempo innocente della pur minima velleità di decollare quanto l’originale macchina volante di Wright, che non poteva essere persuasa a lasciare il suolo». Dandogli in qualche modo ragione, Deirdre Bair gli fa econella sua biografia di Beckett: «Nessun editore parigino avrebbe preso in considerazione un’opera del genere, per di più in inglese, e nessun editore irlandese si sarebbe arrischiato a pubblicare un libro che parlava di violenza carnale, di masturbazione, di sogni erotici e di relazioni illecite». E infatti il romanzo venne pubblicato postumo nel 1992.

Beckett era ossessionato dal bisogno di essere “unico” in un panorama letterario saturo di grandi autori e dove lui stesso era oscurato dal genio monumentale di Joyce. In lui, il bisogno di opposizione, che si esprimeva nel rifiuto di una vita ordinaria e nella ricerca dell’unicità, e il bisogno di essere comunque riconosciuto e amato, s’inseguivano come due folletti ubriachi, senza mai incontrarsi e senza mai riconciliarsi.  

Il Giuda traditore

beckett and wife 1Nel 34, a soli sessantuno anni, morì l’amatissimo padre, per un improvviso infarto cardiaco e Samuel, che di anni ne aveva ventotto, fu costretto a tornare a casa, a convivere con la madre e ad accudirla nel lutto, mentre il fratello si dedicava all’azienda familiare. Precipitò allora in una nuova e ancor più grave crisi ansioso-depressiva, tale che si svegliava ogni notte in preda al panico e trovava un po’ di sollievo solo se il fratello dormiva accanto a lui. Rischiava ogni giorno il blocco vescicale o intestinale e pativa continue infreddature e influenze. Un amico, il dottor Thomson, gli disse che la sua era una seria malattia psicosomatica e che avrebbe tratto giovamento da una cura psicoanalitica.

Beckett soffrì sempre di terribili angosce di colpa. Odiava la madre perbenista e il provincialismo della sua città natale; odiava la religione cattolica e il patriottismo nazionalista che dominavano l’Irlanda. Si sentiva soffocare. Ma provava acuti e profondi sensi di colpa all’idea di abbandonare la famiglia e tradire tutti coloro che avevano creduto in lui. Dublino, più che una capitale, era una cittadina in cui tutti si conoscevano e si proteggevano. Sicché, odiando la città, Beckett era costretto a odiare del pari la famiglia, i parenti, gli amici, i mentori, i sodali che l’avevano accompagnato nella vita e sopportato in tutte le sue innumerevoli stranezze. Come scrisse in una poesia giovanile, intitolata Enueg II, si sentiva un Giuda traditore:

Sudando come Giuda

stanco di morire

stanco di poliziotti. 2

Seguì il consiglio dell’amico Thompson e per due anni fece una terapia psicoanalitica a Londra, a spese della madre, con un giovane e geniale Wilfred Bion. In effetti ne trasse un notevole giovamento. Il suo rifiuto sistematico di esprimere conflitti attivi nei rapporti l’aveva aiutato a evitare il suicidio, e questo era un dato di fatto. Tuttavia, l’incapacità di vivere una vita ordinaria come anche di approdare ad una letteratura comprensibile per la quale essere rispecchiato, riconosciuto e amato, gli aveva procurato una malattia psicosomatica che, di per sé stessa, non era un gran guadagno rispetto al suicidio. Di fatto, era come una lenta regressione dallo stato infantile al nulla.

Il suo rapporto con la psicoanalisi non si esaurì qui. Nel mese di ottobre del 1935 si recò assieme al suo analista, Wilfred Bion, ad ascoltare una conferenza tra i cui relatori spiccava Carl Gustav Jung. Il grande psichiatra svizzero illustrò un diagramma che mostrava le differenti sfere della psiche e, nel mezzo, il centro oscuro dell’inconscio: il Sé. Beckett rimase molto colpito dagli argomenti trattati. Forse allora comprese appieno il dissidio armato in cui viveva la sua personalità e il bisogno di trovare un centro.

A un certo punto Jung invitò sul palco una ragazza di ventuno anni. Si trattava di un soggetto totalmente chiuso in sé stesso che sembrava non reagire agli stimoli esterni. Jung disse: «Il problema di questa ragazza è che non è mai nata veramente». Beckett ne fu folgorato: la sua stessa condizione psichica poteva essere riassunta in quella frase: lui stesso non si sentiva nato veramente: situazione limite che poi illustrò nella gran parte delle sue pièces. Illustrò il passaggio dalla non–esistenza alla vita reale come l’unica cosa che l’abbia mai davvero interessato.

Sensibilissimo all’amore, Samuel Beckett fu un uomo che volle venire a capo del mistero per cui le relazioni umane, sfruttando l’amore, potevano diventare abiette relazioni di potere, tali da condannare gli individui più forti alla più cieca e solitaria opposizione. Il tema centrale della sua opera matura fu forse proprio questo: la paralisi della volontà prodotta dal conflitto, quindi l’assurdità dell’inazione, nella quale non c’è né libertà né amore, nella quale si vive in una bolla di insensatezza e si attende il futuro o si contempla il passato senza poter vivere nel presente una qualunque relazione umana.

In un certo senso, Beckett ha sempre messo in scena un unico dramma: il fallimento dell’uomo concreto, l’uomo storico, nel generare rapporti in cui siano presenti insieme libertà e amore. Lo dimostra la sua opera più rappresentativa, Aspettando Godot, nella quale i due protagonisti, Vladimiro ed Estragone, attendono un misterioso Benefattore, il signor Godot, che li gratificherà di ogni protezione; ma nella loro paziente attesa vengono disturbati dal passaggio di una coppia di un padrone e uno schiavo, Pozzo e Lucky, nella quale il primo tiene al guinzaglio il secondo. E nel frattempo Godot non arriva… La coppia dei protagonisti è unita nella speranza, mentre la coppia di passaggio è unita nella schiavitù; ma la speranza dei protagonisti – cioè che alla fine sopraggiunga un rapporto amorevole che liberi dai bisogni – sembra non realizzarsi mai.

Beckett si impone di non “intrattenere” mai il pubblico in fantasie consolatorie; piuttosto lo costringe a vedere il male che, con la sua cinica violenza, riproduce di continuo. In questo senso Beckett ha messo in gioco, sia pure mascherate, intime esigenze vendicative. Avendo sofferto e soffrendo sempre della scadente qualità dei rapporti umani, egli costringe il suo pubblico a soffrire, a dubitare, a sentirsi stupido e impotente di fronte a drammi inesplicabili. Il masochismo di Beckett – uomo mite e umile e allo stesso tempo orgoglioso e volitivo – nasconde il suo rovescio: vendetta sadica e utopia etica. Come dice Theodore Reik in un testo ormai classico sul masochismo: «Il masochista è un rivoluzionario della resa. La pelle d’agnello che indossa nasconde un lupo. La sua docilità contiene una sfida; la sua sottomissione contiene opposizione. Dietro la sua dolcezza c’è durezza; dietro il suo servilismo, si nasconde la ribellione»3.

Ben inteso, Reik parla del “masochista di successo”. Se Beckett non avesse avuto successo (come gli accadde dai cinquant’anni in su) non avremmo potuto vedere né il regista rigoroso e spietato della maturità, né l’utopia etica nascosta sul rovescio della sua proverbiale disperazione: il sogno di un cristianesimo ateo universale, che sostituisca la gentilezza e la pietà alla violenza dei rapporti sociali.

Maturità

suzanne-dechevaux-dumesnil-and BeckettIl successo lo raggiunse pian piano e per vie del tutto paradossali. Liberatosi dell’influsso della madre, Beckett andò a vivere a Parigi. Era giovane e disperato. La notte dell’Epifania del 1938, poco prima dell’alba, un malfattore di nome Prudent, dopo avergli chiesto denaro e averne ricevuto un rifiuto, lo accoltellò. La lama penetrò in profondità nella pleura. Avvenne allora l’incredibile: la notizia del giovane scrittore irlandese in fin di vita corse sui giornali parigini e il capezzale di Beckett divenne meta di pellegrinaggio da parte di tutti gli amici artisti e intellettuali di cui egli aveva diffidato. Per paradosso, dunque, fu un delinquente comune a renderlo popolare e a riconciliarlo – almeno in parte – col genere umano. Per un curioso gioco di specchi, fu un Giuda a sottrargli il ruolo di Giuda e a renderlo di colpo un Gesù Cristo, una vittima sacra, finalmente amato. Per ulteriore paradosso, la donna che quella notte lo soccorse divenne sua moglie e gli restò al fianco per il resto della vita, durata altri cinquant’anni. Beckett sposò Suzanne Dechevaux-Dumesnil, che si dimostrò una compagna impeccabile, frequentò innumerevoli artisti e perdonò il malfattore che lo aveva accoltellato.

Durante la seconda guerra mondiale, militò nella Resistenza francese, della sua partecipazione alla quale soleva dire che era stata solo «roba da boy scout». Ma anche questa esperienza – come l’accoltellamento – paradossalmente gli fece bene: ogni volta che si trattava di violenza reale, Beckett si sentiva affrancato dai sensi di colpa relativi alla sua radicale misantropia e l’azione gli veniva allora facile e fluida. Fu infatti un ottimo militante, con compiti di spionaggio e informazione. In quella «roba da boy scout» egli mise in gioco la sua vita e quella dei suoi compagni di cordata, dei quali si sentì responsabile. Non per caso, e non certo per un gioco da boy scout, ebbe nel 1945 la Croix de Guerre firmata da De Gaulle.

Modesto, parco, ascetico, attraversò ogni tempesta – e furono molte – come un vecchio uccello rapace o un migratore dei mari del Nord. Ebbe il Nobel per la Letteratura nel 69, a sessantatré anni, e l’evento non modificò in nulla la sua vita.

Morì nell’89, a ottantatré anni, cinque mesi dopo l’amata Suzanne.

Postilla

L’Irlanda del Novecento, è stata un paese povero e crudele. I suoi più grandi geni (con l’eccezione di Yeats) sono tutti dovuti emigrare all’estero per sentirsi liberi di esprimere appieno la propria vocazione. L’hanno fatto Oscar Wilde, George Bernard Shaw, James Joyce, Samuel Beckett, Francis Bacon, John Banville. Tutti in fuga da una nazione “matrigna”, invidiosa e ostile nei confronti dei suoi figli migliori. Una cappa di oscurantismo impediva loro di nascere alla loro arte. Ebbero pertanto vite sofferte, in lotta per affermarsi, talvolta anche contro sé stessi. Ma alla fine l’ebbero vinta.

L’articolo presente riguarda la difficile vita di uno di questi irlandesi geniali: Samuel Beckett. La sua tenacia, alla fine, venne premiata.

Note

  1. Spend the years of learning squandering / Courage for the years of wandering / Through a world politely turning / From the loutishness of learning.
  2. Sweating like Judas / tired of dying / tired of policemen.
  3. Reik T., Masochism in modern man, Grove Press, New York, 1941, p. 156.

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