Il bambino problematico

Il bambino: un enigma culturale

bambina nascostaNegli ultimi dieci anni i disturbi dell’età infantile si sono moltiplicati a dismisura. Non tanto le sindromi più gravi (psicosi e autismo), costanti nel tempo, quanto quelle intermedie (patologie del carattere e nevrosi). Ansia da prestazione, disturbi del sonno e alimentari (bulimia e anoressia), asocialità e ipercinesia, fobie e ossessioni, ecc. sono aumentati in misura vertiginosa.

Inutile negare che il fenomeno riguarda l’interazione del bambino con l’ambiente: la famiglia, le scuole materne, gli asili nido, le baby-sitter, l’istituzione scolastica, le parrocchie, i servizi per l’infanzia.

L’affermazione della psichiatria organicista che i disturbi infantili siano di natura genetica risulta ridicola se si considera l’estensione del problema, il quale tocca ormai la metà delle famiglie nel mondo occidentale. Un bambino su due presenterà, prima o poi, nel corso dell’infanzia, un disturbo di carattere psicologico.

Il bambino, al di là di una retorica che ce lo mostra come “semplice” e “lineare”, è in realtà enigma e problema. A partire dal bambino, dalla percezione che il mondo adulto ha di lui, si avvia una dinamica di costruzione/decostruzione del mondo (mondo dei valori e della vita comune) che impegna l’adulto in un lavoro di conservazione e di cambiamento di straordinaria importanza psicologia e sociale.

In tal senso, il bambino va inteso come un “principio decostruttivo vivente”. Egli, infatti, assimila e fa suoi i valori affettivi e cultuali ambientali, spesso in modo acritico; ma altrettanto spesso reagisce con disagio e sintomi di vario ordine se tali valori si rivelano incompatibili con la sua più intima natura.

In questo senso egli rappresenta un formidabile “enigma ideologico” per gli adulti, i quali sono chiamati dalla sua presenza a valutare e verificare le forme di esistenza che intendono trasmettergli mediante l’educazione. Il mondo sociale (genitori, scuola, chiese, gruppi di aggregazione, istituzioni) si ossessiona a “costruirlo”, a “modellarlo”, a “formarlo”; pertanto “sente” la sua vita in embrione come un dato problematico: è allora nella condizione di poterlo distruggere se egli non diviene ciò che “deve” essere.

Il bambino, a questo punto, può diventare “problematico”: è “il problema”.

Egli dice, come il rovescio di una medaglia, quale sia il problema dell’ambiente che lo ha “formato”. I genitori o la scuola lo inviano ai servizi sociali o in terapia neuropsichiatrica o psicologica affermando che è un bambino “difficile”, “problematico”, “malato”, dunque che ha bisogno di cure (questo spesso è oggettivamente vero); ma altresì intuiscono che presentarlo alla cura significa allo stesso tempo mettere in discussione anche se stessi.

È questo, infine, il lato difficile della terapia con un bambino: l’ambiente (a partire dai genitori) è disposto a includersi nel processo della analisi e discussione finalizzato alla cura? E fino a che punto? Si rende conto

l’ambiente che il malessere del bambino, se compreso a fondo, può divenire la medicina giusta per la “malattia” dell’ambiente stesso, migliorando così la vita psicologica dei genitori e la sensibilità e la ricchezza umana e culturale delle stesse istituzioni?

Problemi dell’infanzia: il bambino iperattivo e il bambino dotato

Bambino uccelliIl bambino iperattivo

Un bambino, in classe, è distratto, s’agita, disturba. Potrebbe un qualunque bambino problematico, affetto da una certa irrequietezza motoria. Ma gli viene fatta la diagnosi, sempre più diffusa, di ADHD e alla famiglia vengono consigliati psicofarmaci.

Di che si tratta?

Nei primi anni ’60 circa 600.000 scolari americani ricevettero la diagnosi di MBD (Minimal Brain Dysfunction)perché iperattivi o con difficoltà di apprendimento, e “curati” con farmaci a base anfetaminica. Questa strana malattia colpiva soprattutto bambini maschi (con una frequenza nove volte maggiore rispetto alle bambine), che in classe erano vivaci, interrompevano l’insegnante, non sopportavano le frustrazioni, non si concentravano. Di fronte a questa “strana” patologia, si affermò con singolare sicurezza che il problema non derivava da fattori ambientali, ma era una vera e propria malattia caratterizzata da difetti cerebrali genetici.

Per anni infuriarono le polemiche. Ma poiché, come dice il proverbio, il lupo perde il pelo ma non il vizio, la storia è tornata puntualmente a ripetersi.

La sindrome MBD, in voga nei decenni fra gli anni ’60 e gli ’80, è stata oggi sostituita dalla sigla ADHD, Attention Deficit Hiperactivity Disorder. Negli Stati Uniti, il 10 per cento dei bambini americani fra gli 8 e i 14 anni ha ricevuto questa diagnosi ed è stato trattato con Ritalin, un farmaco a base anfetaminica.

La cosa più singolare è che il Dipartimento statunitense della salute, dell’istruzione e della previdenza sociale ha definito l’ADHD un’affezione che colpisce non solo ragazzi d’intelligenza media, ma anche superiore alla media, talvolta nettamente, ma incapaci di tenere un comportamento “normale”. Questa strana coincidenza potrebbe suggerire l’ipotesi che i bambini iperattivi siano anche quelli più ricettivi, sensibili e reattivi. E invece no: i fautori dell’ipotesi genetica non demordono.

Tuttavia, l’ADHD è un ben strano “disordine” che conosce una remissione nei fine settimana e durante le vacanze scolastiche: periodi durante i quali il farmaco é superfluo. Non sarà che la coercizione ambientale (della scuola in questo caso) c’entri un tantino nell’insorgenza della strana malattia?

Un’ipotesi alternativa è che l’ADHD sia una sigla, abbastanza infelice, che raccoglie i bambini con caratteri psicologici e neuropsicologici ottimali in ambienti a loro adeguati, deficitari in ambienti inadeguati. Più nello specifico, il bambino iperattivo è un bambino con caratteristiche neuropsicologiche che lo predispongono ad ambienti ricchi di stimoli, adeguati al movimento, ricettivi rispetto alla curiosità, alla motilità intellettuale e fisica, nonché aperta alla diversità dei neurotipi umani. Negli ambienti scolastici usuali, costruiti sul modello della caserma e gestiti sulla base della necessità dell’immobilità fisica del bambino e del suo adeguamento a programmi prestabiliti, il bambino iperattivo si reprime, si mortifica, cerca di adeguarsi a modelli a lui inadeguati e infine sviluppa disturbi come sovraeccitazione, opposizionismo, rifiuto dell’insegnamento e talvolta anche della socialità.     

E’ evidente che la teoria secondo la quale il disturbo è tutto “all’interno” del cervello del ragazzo e non dipende da fattori esterni (problemi nel rapporto con genitori stanchi, ridotta capacità degli insegnati stressati da una scuola disfunzionale, luoghi chiusi, affollamento delle classi, cultura sociale incomprensiva) è semplicemente sbagliata. Non si riflette abbastanza sul fatto che la causa del disturbo può essere un disagio psicologico che produce livelli biochimici alterati, non il contrario.

Purtroppo, la tendenza culturale attuale sembra essere quella di ignorare i problemi di ampio respiro (mismatch genitore-figlio, scuola, famiglia, cultura sociale) e di cucinare tutto nel generico calderone della “malattia genetica”, che non pone problemi né al genitore, né al preside, né al decisore pubblico, né al legislatore. Con buona pace dei bambini.

Il bambino dotato

Ciascuno di noi ha avuto l’opportunità, nella sua infanzia, di sperimentare stati d’animo o pensieri poco adatti al mondo delle relazioni sociali; ma solo alcuni hanno vissuto il dramma dell’incomprensione e dell’esclusione. Questo dramma si amplifica, o scoppia per la prima volta, a scuola.

I modelli sociali proposti ai bambini sono sempre più univoci e privi di elasticità: il bambino deve essere estroverso e socievole, possedere un saldo senso del dovere, aderenza alla realtà, e dar prova di una forte capacità competitiva. Questo è il modello laico dominante. Quello d’ispirazione religiosa promuove di solito l’altruismo contro l’individualismo, scoraggiando le attività solitarie. Va da sé che il bambino altamente sensibile e introverso, il quale è tendenzialmente solitario, fantasioso, disobbediente, mite e scarsamente competitivo ha vita dura e difficile. Sovente è additato come “anormale” e fatto oggetto, “per il suo bene”, di una vera e propria persecuzione.

Ma gli studi di psicologia dell’età evolutiva e il senso comune ci ricordano che il bambino dotato di attitudini emotive e intellettive particolari è di solito un individuo “divergente”, sensibile, critico, distratto, sognatore, spesso solitario: quasi un disadattato. È da queste “strane” caratteristiche che salta fuori l’adulto dotato e talvolta il genio. (Vedi a questo proposito gli studi di Jerome Kagan, Elaine Aron, Luigi Anepeta e i miei)

Viene da pensare che le culture dominanti non siano in grado di capire e apprezzare la “diversità” e l'”unicità” degli individui: esse tendono alla media statistica, e ignorano o, peggio, tentano di “correggere” le individualità estreme. Il risultato di questo confronto è spesso drammatico: il bambino sensibile, introverso e dotato, sentendosi rifiutato e offeso nelle sue caratteristiche di fondo, talvolta entra in drammatiche ansie prestazionali, si isola in uno sterile perfezionismo, allo scopo di non deludere, sviluppando così ansia da prestazione e crolli nel panico; oppure si introverte ancora di più, si isola e va in depressione; altre volte si ribella divenendo ipercinetico e intrattabile (finendo per essere diagnosticato come affetto da anomalie biologiche).

Il problema si può risolvere a scuola con una maggiore attenzione alle singolarità intellettuali e caratteriali dei bambini e, nella società, con un maggior rispetto nei confronti delle personalità divergenti.

 

Glossario: cosa significa la parola Introversione? Dal latino intra e versum: “rivolto dentro”. L’introversione è una caratteristica innata dell’intelletto in base alla quale l’individuo preferisce, alle attività sociali, il libero gioco riflessivo, fantastico e speculativo compiuto all’interno della propria mente. Matematici, filosofi artisti, mistici ed altri appartengono spesso a questa categoria.

Problemi dell’infanzia: la pedagogia nera

bambina con occhi copertiUn signore anziano, nonno di una bambina di due anni e lettore di una rivista per la quale collaboro, m’indirizza una lettera accorata, e mi richiede una risposta pubblica. Sintetizzo la lettera e riporto qui sul sito la risposta già pubblicata in altra sede, perché la ritengo una testimonianza d’interesse generale.

 

“Mio figlio e mia nuora hanno messo a dormire la bambina da sola sin da quando aveva tre mesi, con conseguenze penose. Oggi che ha due anni la situazione non peggiora né migliora. La bambina piange, si lamenta, chiama mamma e papà sino a quando, esausta, si addormenta. Mi si spezza il cuore, ma a me, il nonno, non è dato interferire. E’ un modo valido di crescere unabambina? Io non lo credo”.

Il problema postoci dall’anziano lettore ci consente una digressione in materia di psicologia infantile.

Se osserviamo un neonato di pochi mesi, non può sfuggirci il fatto che il bambino è stato dotato dalla natura di caratteristiche la cui funzione è di richiamare l’attenzione dell’adulto. I lineamenti delicati del viso, la ricerca continua dello sguardo, il riflesso di aggrappamento (quel suo commovente stringere le manine…) sono tutti strumenti che servono al neonato per ottenere il contatto con l’adulto: ne ha bisogno per sopravvivere.

L’urlo, di solito altissimo perché l’adulto “deve” essere sollecitato ad una rapida risposta, è un altro di questi strumenti. Dunque, ignorare gli strilli di soccorso di un bambino di pochi mesi è, letteralmente, un

comportamento contro natura.

Questa pedagogia (che la psicoanalista Alice Miller definisce col caustico termine di “pedagogia nera”) è di solito giustificata attraverso lo spauracchio del “vizio”. Si dice: “lascialo sgolare, se no, si vizia!”. In tal modo, tuttavia, il piccolo viene spinto all’autonomia molto prima che ne sia effettivamente capace.

In una pratica di tal genere, apparentemente neutra, trapela una suggestione tipica del mondo adulto: la proiezione sul bambino di un’ideologia di forza che presuppone l’astinenza dal bisogno sociale, che è il bisogno più profondo della natura infantile.

Il “vizio” che si attribuisce al bambino è semplicemente il suo bisogno di relazione, espresso nelle forme proprie dell’infanzia. Il genitore che agisce reprimendo il bisogno di contatto corporeo, visivo o acustico che ogni bambino esprime con grande intensità è un individuo coinvolto in profondità nel pregiudizio che l’autocontrollo, l’esercizio di forza su di sé, sia la misura della futura virtù del bambino.

Si tratta di una pedagogia repressiva comune sia alle culture religiose che a quelle che promuovono l’ideologia dell’altruismo militante (per le quali occorre essere forti nell’autocontrollo per potersi

donare agli altri), sia – oggi sempre di più – alla moderna cultura liberale della competizione, secondo la quale l’autocontrollo é misura di capacità di adattamento e di sopravvivenza.

Per tornare al problema postoci dal lettore, questa pratica pedagogica “nera” è nociva sempre, ma particolarmente in fase di addormentamento, di nutrimento e di interazione giocosa, quando il piccolo, se rifiutato e lasciato solo con le sue paure, può vivere l’esclusione/separazione dal mondo adulto in momenti delicati di sonno, nutrimento e cura giocosa come un ingiustificato e terrorizzante abbandono.

Il risultato è un trauma i cui effetti nefasti non tarderanno a farsi sentire. In fasi primarie: atonia psicomotoria o ipercinesia (il bambino può diventare o troppo inerte o troppo nervoso); in fasi secondarie: inibizione sociale, facilità alla mortificazione e al senso di colpa, o, al contrario, irritabilità e disturbi della relazione sociale. Talvolta possono insorgere sintomi psicosomatici: insonnia, enuresi notturna, anoressia.

Per evitare simili eccessi è sufficiente valutare che il bambino è l’essenza dell’uomo, e l’uomo è un animale sociale: ha bisogno di contatti. Cresciuto in un ambiente normalmente amorevole, il bambino non sviluppa alcun “vizio”; la tendenza, di alcuni bambini, a tiranneggiare l’adulto è semmai frutto proprio della frustrazione e della mancanza di una presenza intelligentemente attenta ai bisogni naturali dell’infanzia.

Bibliografia dell’autore

Ghezzani N., Il dramma delle persone sensibili, FrancoAngeli, Milano 2021.

Ghezzani N., La lingua perduta dell’amore, FrancoAngeli, Milano 2023.  

Ghezzani N., Persone sensibili in terapia, FrancoAngeli, Milano 2024.  

Bibliografia consultata

Aron Elaine, Persone Altamente Sensibili, Rizzoli, Milano 2002.

Anepeta Luigi, Timido, docile, ardente, FrancoAngeli, Milano 2007.  

Miller Alice, Il dramma del bambino dotato, Bollati Boringhieri, Torino, 1978.