Cambiare attraverso il transfert
Domande sul transfert
L’incontro di psicoterapia, come altri importanti incontri della vita, può cambiarci in profondità. Ciò è certamente dovuto da un lato alla professionalità dello psicologo e dall’altro alla disponibilità del paziente. Ma entrano in gioco anche fattori più aleatori, che sono diventati negli anni punti focali dell’attenzione clinica: la suggestione offerta dal pensiero e della persona del terapeuta; un tratto conscio o inconscio del suo carattere; la capacità dell’uno e dell’altro di cogliere le idiosincrasie di ciascuno e i punti forti e quelli deboli della coppia terapeutica; una felice coincidenza di desideri e di bisogni in entrambi. Molto, in terapia, accade in virtù di flussi emotivi e di pensiero impercettibili, che l’intuizione o l’abilità dell’uno o dell’altro consentono a un certo punto di mettere in luce. Queste dinamiche vanno sotto il nome di transfert, controtransfert e enactment.
Nella relazione di psicoterapia, soprattutto nelle prime fasi del rapporto, il paziente vede perlopiù lo psicoterapeuta come un semplice professionista, quindi lo concepisce all’interno di un rapporto sociale pragmatico, funzionale, utilitaristico. Questo è quanto di solito il paziente sperimenta. Non poche volte però vi associa qualcos’altro, tende cioè a idealizzarlo, e lo pensa come un esperto di vita, talvolta persino come un saggio e un maestro. Altrettante volte lo può avvertire simile a un buon genitore sostitutivo: un padre o a una madre, o magari un fratello o un grande amico, talvolta può avvertirlo come simile a un figlio o a un amore delicato da proteggere da se stessi, da una propria nascosta aggressività. L’idealizzazione implica sempre una sottile svalutazione di sé e una difesa dell’oggetto idealizzato dalla propria aggressività o insignificanza e nullità.
Il terapeuta è dunque spesso un protettore e un amico; quindi appare al paziente come una persona serena, appagata, inserita nella società, persino superiore al mondo esterno, talvolta superiore anche al paziente stesso, quindi invidiabile, temibile, ai limiti del sopportabile. Non di rado quindi può rivelarsi anche un nemico. Può essere un nemico quando con le sue domande (anche quelle non pronunciate) sembra insinuare qualcosa circa la moralità o la salute mentale del paziente, quindi minacciare la sua sicurezza. Può avvertirlo allora come un’autorità persecutoria o come un narcisista insopportabilmente arrogante; oppure svalutarlo e sentirlo come insussistente, banale, persino sciocco. Le sfaccettature del rapporto che il paziente ha con lo psicoterapeuta sono molteplici, complesse quanto la sua personalità e quanto il gioco delle due personalità l’una di fronte all’altra. Ma solo di alcune di queste sfaccettature il paziente è consapevole; la gran parte di esse gli sfuggono, sono subliminali, spesso inconsce.
E dunque, poniamoci questa domanda: in che modo – con quali emozioni, sentimenti, fantasie, pensieri, reazioni – il paziente percepisce il suo psicoterapeuta? Come lo sente, lo fantastica, lo pensa, come interagisce con lui? Che tipo di esperienza vive o rivive attraverso di lui? In che misura questa esperienza è lucida e consapevole e in che misura è invece impercettibile o del tutto inconscia?
Questi sono i quesiti che ci poniamo quando intendiamo capire il transfert, ossia il processo psicologico attraverso il quale il paziente sente, pensa ed elabora la figura del suo terapeuta. Quesiti che si accompagnano a quelli reciproci che appaiono nella mente del terapeuta: «Che devo fare di questa massa di sentimenti?» si chiede il terapeuta. «Che cosa rappresentano lui o lei per me, e cosa devo fare dei sentimenti che essi esprimono nei miei confronti?»
Un’aria di mistero
Scrivo questi appunti riflettendo su una seduta di psicoterapia occorsa tempo fa con una mia paziente, una donna che conosco da pochi mesi.
Si tratta di una giovane donna di circa quarant’anni, graziosa, piccola di statura e timida ed esitante sin dall’avvio del nostro rapporto. Nell’occasione che intendo rievocare, la ricevo alle sette di sera, in un momento in cui nel mio studio s’è fatto ormai buio ed io sono solo. In verità, non la ricevo affatto: come faccio sovente, mi limito a rispondere al citofono, ad aprire la porta d’ingresso e a lasciarla socchiusa in modo che, mentre attendo che il paziente salga le scale e richiuda la porta alle sue spalle per accomodarsi di sua iniziativa nella sala d’attesa, io possa prendermi un relax e dedicarmi a momenti di vita personale. Allora, mentre ascolto i rumori o il silenzio del mio paziente, finisco di leggere o scrivere una pagina, bevo un bicchiere d’acqua o una tazza di caffè, leggo e rispondo a messaggi ricevuti sul cellulare o sul computer, mi riposo, o semplicemente vado in bagno…
Quella sera, Diana (chiamiamola così) esita… Mentre sono nella cucina dello studio e, in piedi, sto sorseggiando una tisana, sento che è entrata nell’appartamento con cautela. Ha infatti chiuso la porta d’ingresso con un tonfo lieve, appena percepibile, ed è entrata in sala d’attesa con fare circospetto. Lo ha fatto pian pianino, come domandandosi se abbia il diritto di agire in quel modo così “familiare”: è entrata in casa senza che nessuno l’abbia accolta e invitata a farlo. L’ha fatto altre volte, ha dischiuso la porta già aperta, è entrata da sola, e si è accomodata in sala d’attesa, senza la circospezione che mostra quel giorno.
Quel giorno, invece, è rimasta sorpresa, quasi stupita, dalla penombra e dal silenzio dell’ambiente.
Perché, mi chiedo, è così timorosa?
Immagino allora la scena che si svolge a qualche metro da me e mi rendo conto del flusso di pensieri che mi raggiunge. La donna è entrata nell’appartamento di un uomo di vent’anni più anziano di lei, più alto e robusto, un uomo che stima (lo ha scelto come suo psicoterapeuta) e forse persino ammira. Lo studio è vasto e silenzioso ed è illuminato dalla sola bassa luce dei lumi (per abitudine, poiché amo la penombra, non accendo quasi mai i lampadari del soffitto). Lei non mi sente parlare – come accaduto tante altre volte – con il paziente che la precede. Dunque, è sola nello studio di quest’uomo maturo e silenzioso e avverte tutt’intorno un’aria di mistero.
Poiché la conosco, mi rendo conto che ha paura. Si tratta di una paura sottile, inammissibile (io sono pur sempre il suo stimato psicoterapeuta!); eppure è proprio di paura che si tratta!
L’archetipo del padre
Mi muovo con calma, messo sull’avviso dalla percezione che ho appena avuto.
Le mie sensazioni non sono affatto inopportune: anzi! Attengono alle dinamiche del controtransfert e dell’enactment che sono i sonar che consentono al terapeuta di percepire l’inconscio del paziente senza i filtri che la coscienza inevitabilmente oppone. Quindi le accolgo e le assaporo con vivo interesse.
Quando infine la ricevo con un sorriso, la conduco nella stanza di lavoro e la faccio sedere di fronte a me, siamo subito in medias res. Mi parla infatti della recente morte del padre e dei sentimenti che prova. Benchè non lo abbia amato, mi racconta di come lo abbia accudito con tenerezza nei suoi ultimi giorni, quando, colpito da una serie di ictus, era smagrito e spaventato e le chiedeva di dormire con lui, nel suo letto di malato, stringendole la mano.
Il padre era un patriarca vecchia maniera, un padre-padrone, che aveva maltrattato e umiliato la moglie per tutta la vita e squalificato la figlia, preferendole in modo aperto i figli maschi. Per tanti aspetti Diana lo aveva odiato, ritenendolo responsabile della costante umiliazione e della depressione della madre, che aveva tradito e maltrattato, nonché dei mediocri rapporti da lei stessa, la figlia, intrattenuti con gli uomini, fra cui un lungo e penoso matrimonio fallito.
Dunque, la paura provata da Diana entrando in studio riguarda non solo e non tanto il padre reale, quanto l’imago paterna, l’archetipo del padre: una figura maschile potente e perturbante, che le incute timore e alla quale lei ha risposto con timore e odio.
Diana, entrando in quest’appartamento “vuoto” di presenze umane, abitato dallo “spirito invisibile” del suo analista, ha vissuto in modo inconsapevole la paura che io sia quell’archetipo – che io appartenga all’insieme “Padre” – e che possa esercitare su di lei il potere carismatico, seduttivo, aggressivo e punitivo che il padre reale non può più esercitare perché è morto. Si è chiesta: «Se mi introduco di soppiatto nella sua vita, scatenerò la violenza della punizione?»
Parlando allora delle sue ultime esperienze vissute al capezzale dell’uomo le dico che, accudendolo, lei ha compiuto due atti importanti, uno scisso e quindi patologico, l’altro bene integrato e sano. Il primo è stato il nascondere dietro la maschera della figlia buona l’ostilità provata per lui per tutto il corso della loro vita in comune; il secondo è stato invece il rovesciare in un rapporto di tenerezza la durezza che ha improntato da sempre i loro rapporti. Dunque, il gesto caritatevole compiuto accudendo il padre è stato allo stesso tempo sia vero che falso, sia coercitivo e mistificato, sia autentico e liberatorio.
Le dico inoltre che il rapporto col padre è stato alla base della sua «sottomissione al carisma maschile», e uso intenzionalmente il termine “carisma” piuttosto che “potere”. Per carisma voglio sottintendere il fascino positivo che l’uomo “forte”, “maturo”, “autorevole” le ha sempre suscitato; ma allo stesso tempo anche il potere negativo di suggestione e di abuso che questo tipo d’uomo ha esercitato su di lei. A questa sottomissione al carisma dell’uomo, lei ha risposto – aggiungo – provando odio e sviluppando una fantasia da un lato di repulsione, dall’altro di controllo onnipotente della figura maschile. Cioè, mentre accettava di sottomettersi all’uomo, allo stesso tempo provava rabbia, rancore e odio nei confronti dell’uomo che le chiedeva un tale sacrificio; sicché, per reazione, ne desiderava diventarne l’adulatrice e la tiranna.
Il carisma maschile
Mentre le offro queste interpretazioni, la osservo sfiorandole il volto con lo sguardo. Il suo volto grazioso appare “imbambolato”. Mentre mi osserva a sua volta, è totalmente protesa con il corpo verso di me e gli occhi le brillano rapiti. Per sua stessa ammissione, capisce tutto quello che le dico, eppure si sente confusa. È sotto l’effetto di una fascinazione ipnotica. L’effetto di confusione le deriva dal sentire il suo Io rapito dal mio carisma.
Comincia allora ad apparirle chiaro che ho usato il termine carisma per renderle evidenti le analogie fra il rapporto avuto col padre da bambina e quello stato di stupore in cui si trova quel giorno di fronte a me. Solo pochi minuti prima, appena entrata nell’appartamento, Diana era impaurita; ora, in seduta, vedendomi attento a lei e padrone della situazione è rimasta affascinata. Pur non avendo affatto parlato in modo diretto del nostro rapporto, io vi ho alluso e lei lo ha intuito, sebbene in modo appunto confuso.
Dunque, grazie al transfert con me lei può sperimentare degli affetti uguali e allo stesso tempo diversi da quelli che la sua memoria le ricorda di aver vissuto col padre e nelle relazioni non meno ambivalenti avute coi compagni di vita. Grazie al rapporto con me, Diana sta sperimentando emozioni affini a quelle di un tempo, ma anche diverse. Subisce il mio carisma, si sente affascinata dalla mia capacità di star da solo in un appartamento silenzioso, di padroneggiare lo spazio del colloquio e di fornirle un’interpretazione che riguarda la sua intimità: eppure non mi odia!
E se pure giungesse a invidiami o anche a odiarmi, il pensiero malevolo – grazie all’allusione che ho fatto al transfert, cioè alle sue emozioni di fronte alla mia figura – le sarebbe subito cosciente e sarebbe oggetto di riflessione analitica (di mentalizzazione, come la chiama Fonagy), per l’incongruità con la situazione oggettiva, che non è affatto minacciosa. Di fatto, non ha nulla da imputarmi, a parte il fascino che in quel momento esercito su di lei; e non ha nulla da imputarsi, a parte l’avere un inconscio seducibile e pensieri e sentimenti ambivalenti, oscillanti fra ammirazione e odio, di cui non sa ancora darsi una ragione.
La strategia ambivalente
Nel corso del colloquio, in conseguenza di riflessioni fatte anche in altre sedute, Diana si rende sempre più consapevole dei suoi sentimenti misconosciuti e rimossi.
In termini junghiani, possiamo dire che si rende sempre più consapevole della sua Ombra, cioè di tutta un’area della sua personalità che le è apparsa fino a quel momento labile e sfuggente. Il carisma su di lei esercitato dall’uomo, cioè il suo bisogno di ammirare e amare una figura maschile, si è unito all’odio nei confronti del padre e, per generalizzazione, nei confronti dell’intero genere maschile; e la miscela fra i due fattori – amore e odio – è stata micidiale. L’ha portata infatti ad avere con gli uomini rapporti saturi di ambivalenza: rapporti in apparenza adoranti, invece pieni di rabbia e di livore. Tanto che nelle relazioni sentimentali la prima domanda, sebbene inconscia, che Diana si è sempre posta non è se l’uomo la ami davvero, bensì se lei sarebbe riuscita ad ingannarlo circa i propri reali sentimenti.
Diana ha con gli uomini una strategia, un copione (come lo chiamerebbe Eric Berne), che segue da sempre. Poiché sa di essere ambivalente verso di loro, sceglie un compagno fatuo e narcisista da ingannare mediante l’adulazione e l’adorazione; poi, poiché è infuriata della propria sottomissione, non appena lo vede pieno della sua vanagloria, o non appena lui commette un errore, lei lo disprezza. Infine, fa in modo che il rapporto finisca.
L’Ombra di Diana, il suo Io antitetico – come lo chiamo io –, ripete in continuazione questa strategia di cattura e di ripudio nei confronti di un esemplare maschile insensibile e vanesio. Strategia vincente sul piano del potere, perché è sempre lei a lasciare; ma perdente sul piano dell’amore, cioè sul piano della possibilità di reintegrare una sana e naturale vita di relazione. Strategia che infatti l’ha mutilata di ogni sua evoluzione complessa e di ogni sua ulteriore umanizzazione. Tanto più che all’attivarsi di questa strategia difensiva-offensiva segue sempre un’oscura angoscia di colpa: la sensazione di essere cattiva, di non essere amabile, quindi di essere una non-donna, un’entità abnorme: una Diana cacciatrice che va a caccia di uomini da killerare per vendicarsi dei torto subiti. Ma all’interno di questa strategia ambivalente, l’uomo è sempre stato per lei sia il prepotente vanesio da trafiggere coi suoi strali, sia l’imperioso giudice da temere.
Il significante enigmatico Cambiare attraverso il transfert
Diana cambia attraverso il transfert: cambia nel momento in cui accetta di vivere con me una relazione “sorprendente”. Ha accettato di rivivere lo schema di fondo del suo copione, ma in un ambiente emotivo del tutto diverso. Innanzitutto ha accettato di fidarsi di me e di attribuirmi un carisma personale, cioè il fascino di un uomo cui consegnare le chiavi del proprio inconscio; poi ha accettato di far emergere attraverso la mia figura la paura e l’odio verso il padre, che era un violento, e il disprezzo vendicativo nei confronti dei suoi soliti compagni prepotenti e vanesi. Allo stesso tempo però ha accettato di rivivere il timore nei confronti di qualcosa di più profondo e astratto: la misteriosa entità maschile che io rappresento. Dunque l’odio e il disprezzo si mettono da parte e può emergere infine qualcosa di molto più profondo delle relazioni realmente vissute: la suggestione per il fascino primario, arcaico, dell’archetipo del maschio e del padre.
Mentre interagisce con me e comprende le mie interpretazioni, non ha più di fronte a sé il padre punitivo della sua infanzia e della sua adolescenza, e neppure i tanti uomini che l’hanno delusa; ha invece di fronte il padre archetipico, l’entità misteriosa che dà la vita e la sostiene…
Dunque, io, il suo analista, sono diventato per lei il significante enigmatico, a partire dal quale porsi di nuovo e da capo queste domande fondamentali: «Cos’è un uomo? Chi è quest’uomo che è di fronte a me? Cosa possiamo volere l’uno dall’altra?»
Di fronte a queste domande aperte e senza risposta, si avvia la creatività del campo simbolico e quindi del suo cambiamento. Come figlia e come donna tutto torna possibile. L’analista è ora per lei l’occasione di ripensare la sua percezione del padre e dell’uomo. Da questo momento, forse, Diana sarà in grado di vedere un padre e un uomo diversi: un padre che feconda la sua anima, e un uomo, un compagno, capace di amorosa reciprocità.
Glossario: Ombra
Dopo il concetto di processo di individuazione e di funzione trascendente, quello di Ombra è uno dei contributi più geniali di C. G. Jung. Nata dalle riflessioni (come quelle di Frederick Myers) di fine Ottocento, inizi Novecento, sulla scissone della personalità e le personalità doppie o multiple, l’Ombra rappresenta per Jung il lato rimosso della nostra personalità, quello che la nostra coscienza morale non ammette e non sopporta. E che deve tuttavia capire e, se possibile integrare in se stessa, se intende cessare di esserne squilibrata e pervenire a un nuovo e più solido equilibrio.
Bibliografia
Ghezzani N., La paura di amare, FrancoAngeli, Milano 2012.
Ghezzani N., L’amore impossibile, FrancoAngeli, Milano 2015.
Ghezzani N., Relazioni crudeli, FrancoAngeli, Milano 2019.


